14 settembre 2018

Condanna ed orrore. ANPI Milano.

Condanna ed orrore ANPI Milano.
Esprimo anche a nome dell'ANPI Provinciale di Milano profonda condanna e orrore per la criminale azione compiuta a Verona contro Angelo e Andrea, vittime di una feroce aggressione, a sfondo omofobo, avvenuta nella notte, nella propria abitazione, con lancio di benzina sui loro volti. Ai due ragazzi va tutta la solidarietà e vicinanza mia e delle sezioni dell'ANPI di Milano e Provincia. Aspettiamo con grande emozione la partecipazione e la presenza di Angelo e Andrea alla manifestazione unitaria antirazzista, domenica 30 settembre, in piazza Duomo, a Milano.
Roberto Cenati - Presidente Anpi Provinciale di Milano.

13 settembre 1943, Hotel Regina Milano...

Il 13 settembre 1943 l'Albergo Regina e Metropoli, un palazzo signorile in via Santa Margherita 16 (angolo via Silvio Pellico), a duecento metri da piazza del Duomo, divenne la sede del quartier generale nazista a Milano. Nell'Albergo Regina operavano i comandi della SIPO-SD (polizia e servizi di sicurezza delle SS), della Gestapo e dell'Ufficio IV B4, incaricato della persecuzione antiebraica. Responsabile del comando interregionale era Rauff, collaboratore di Eichmann, inventore dei camion della morte (camere a gas su quattro ruote). Responsabile di quello interprovinciale era Theodor Saevecke, capo della Gestapo a Milano, condannato il 9 giugno 1999 dal Tribunale militare di Torino all'ergastolo per l'eccidio dei Quindici Martiri di piazzale Loreto. L'Albergo Regina, da cui dipendeva il carcere di San Vittore, è stato luogo di tortura di partigiani, ebrei, lavoratori, oppositori politici, alla cattura dei quali collaborò intensamente l'ufficio politico della Muti sito in via Rovello 2. Il 22 gennaio 2010, su iniziativa dell'ANPI Provinciale i Milano, dell'Aned, della Comunità Ebraica di Milano e di centinaia di milanesi, una lapide veniva posta sulla facciata dell'ex Albergo Regina, luogo di sofferenza,di tortura e di morte dal 13 settembre 1943 al 30 aprile 1945, giorno della resa del comando nazista agli Alleati.
Roberto Cenati.
Presidente ANPI Comitato Provinciale di Milano.


Milano 22 settembre... Corteo Antirazzista.


ANPI Bergamo - Eccidio di Petosino...


12 settembre 2018

ANPI Municipio 9 Milano - La Costituzione...


ANPI Milano - Laura Wronowska... IntolleranzaZERO.

La nipote di Giacomo Matteotti parteciperà alla manifestazione unitaria antirazzista del 30 settembre in piazza Duomo
Il suo nome era Giacomo Matteotti, parlamentare socialista. Fu una delle vittime dei feroci assassinii con cui i fascisti imposero lo stato totalitario.
Il suo nome è Laura Wronowska, ed è la nipote di Giacomo Matteotti. E' stata partigiana in Liguria e parlerà alla nostra manifestazione del 30 settembre. Per noi un simbolo vivente di resistenza e democrazia. Perché come diceva Pertini: “Ai vecchi perché ricordino, ai giovani perché sappiano quanto costa riconquistare la libertà perduta”. 
Roberto Cenati. Presidente ANPI Provinciale di Milano. 


07 settembre 2018

ANPI Barona Milano alla festa ANTIFA' RC. Milano.

Ringraziando Rifondazione Comunista Milano per l'invito, ANPI Barona sarà presente con il suo Gazebo ANTIFASCISTA e RESISTENTE alla Festa "Antifà" il 14/15/16 settembre al Parco della Chiesa Rossa. Via Domenico Savio 3. Milano.  



ANPI Barona Milano alla Festa LeU Municipio 6.

Ringraziando Liberi e Uguali Municipio 5 e 6, per l'invito, ANPI Barona sarà presente con un tavolo ANTIFASCISTA e RESISTENTE alla Festa "Prima le persone" 7/8/9 settembre in Cascina Monterobbio, Via San Paolino 5. Milano.

  

06 settembre 2018

ANPI Provinciale Milano - INTOLLERANZAZERO

INTOLLERANZA ZERO
Un segno rosso contro l'odio

Non è il momento dell’intolleranza. Non è il momento dei muri, ma dei ponti. Saremo in piazza per raccontare un clima che non si è creato improvvisamente: da anni si prepara e si alimenta in tutta l’Europa, e in alcuni paesi in particolare, una deriva razzista, sessista, xenofoba e antisemita. Da anni si seminano e si alimentano, nel nostro paese, odio e rancore. Ora, però, registriamo l'inasprimento di una violenza verbale e fisica senza precedenti, che pare non conoscere più argini. Nel mirino ci siamo finiti in tante e in tanti. Noi antifascisti, noi donne, noi migranti, noi omosessuali e trans, noi che non ci dimentichiamo che proprio ottant'anni fa l'Italia conosceva la vergogna delle leggi razziste. Noi che ogni giorno ricordiamo che il nazifascismo, con il suo bagaglio razzista e antisemita, è stato sconfitto 73 anni fa. Noi, oggi che non girano (ancora) simboli per marchiarci, sentiamo ugualmente il peso di questa intolleranza montante. Il 30 settembre, in Piazza del Duomo, parleremo di diritti faticosamente conquistati e di diritti ancora negati. 
Parleremo di libertà.
Dei nuovi cittadini e di tutte le famiglie. Delle donne, delle persone di tutti gli orientamenti sessuali, politici e religiosi. Parleremo del nostro presente, fatto di esperienze concrete di integrazione e solidarietà, di diversità e mescolanze.
Ricorderemo che la Resistenza ha una dote: quella di non invecchiare, e lo faremo contemporaneamente ad altre città, ad altri luoghi simbolici come i porti, la cui chiusura è il simbolo di una politica dell'odio che non ci appartiene. Con tutta la forza pacifica della solidarietà.
Lo faremo in tante e in tanti.
Lo faremo vestiti di rosso.








Festa Provinciale ANPI Novara.


ANPI Varallo, Alta Valsesia - Camminate Partigiane.


Raduno per la PACE... San'Anna di Stazzema.


30 agosto 2018

Unità, antifascismo... Carla Nespolo. Presidente Nazionale ANPI.

"La lezione di unità dei Partigiani è ancora fondamentale. Un'unità senza aggettivi se non uno: antifascista. Non mi interessa se sei riformista, rivoluzionario, comunista o democristiano, mi interessa se sei una persona umana. E ricordatevi sempre, siamo di più"

Carla Nespolo Presidente Nazionale ANPI, al dibattito del 26 agosto alla Festa nazionale dell'Unità a Ravenna.

28 agosto 2018

ANPI Provinciale Milano - Europa senza muri...

Il Governo italiano, a guida Salviniana, sta imboccando la via della violazione delle regole, dei trattati internazionali e dell'articolo 2 della Costituzione repubblicana che parla di solidarietà e di accoglienza.
Martedì 28 agosto, in Prefettura, a Milano, si incontreranno Salvini e Orban.
Due muri a confronto e un'idea sovranista e nazionalista dell'Italia e dell'Europa che non ci appartiene e che si contrappone ai principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, ai trattati internazionali e alla natura stessa dell'Unione Europea nata per guardare ai bisogni e alle sofferenze della gente.
L'ANPI Provinciale di Milano aderisce al presidio promosso da Insieme senza muri e da I Sentinelli di Milano che si svolgerà a Milano martedì 28 agosto alle ore 17 in piazza San Babila. 


8 settembre 1943 inizia la RESISTENZA... ANPI Milano.


Festa Partigiana Peli di Coli - ANPI Trovo Piacenza.


ANPI Maranello - ANTIFASCISTI di ieri e di oggi...


Eccidio di Anzola. - ANPI Omegna e Zona Cusio.


11 agosto 2018

Ai quindici di Piazzale Loreto...

Ringraziando per empatia, simbiosi e presenza, un Antifascismo pieno di vita contro la morte del pensiero, contro la morte delle idee, contro mani vili e traditrici, contro fascismo e razzismo. 
Ora e sempre Resistenza.
10 agosto sera Milano Piazzale Loreto, per voi come promesso le due poesie lette durante le mie riflessioni dal palco. Grazie ancora.
Ivano Tajetti. 


Ai quindici di Piazzale Loreto.                                                        Salvatore Quasimodo.
"Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita."

Per i compagni fucilati in Piazzale Loreto.
Alfonso Gatto.

"Ed era l'alba, poi tutto fu fermo
la città, il cielo, il fiato del giorno.
Restarono i carnefici soltanto
vivi davanti ai morti.
Era silenzio l'urlo del mattino,
silenzio il cielo ferito:
un silenzio di case, di Milano.
Restarono bruttati anche di sole,
sporchi di luce e l'uno all'altro odiosi,
gli assassini venduti alla paura.
Era l'alba, e dove fu lavoro
ove il piazzale era la gioia accesa
della città migrante alle sue luci
da sera a sera, ove lo stesso strido
dei tram era saluto al giorno,
al fresco viso dei vivi, vollero il massacro
perché Milano avesse alla sua soglia
confusi tutti in uno stesso sangue
i suoi figli promessi e il vecchio cuore
forte e ridesto stretto come un pugno.
Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore
il cuore di mia madre e dei miei figli,
di tutti i vivi uccisi in un istante
per quei morti mostrati lungo il giorno
alla luce d'estate, a un temporale di nuvole roventi.
Attesi il male come un fuoco fulmineo,
come l'acqua scrosciante di vittoria;
udii il tuono d'un popolo ridesto dalle tombe.
Io vidi il nuovo giorno che a Loreto
sovra la rossa barricata i morti
saliranno per primi, ancora in tuta
e col petto discinto, ancora vivi di sangue e ragioni.
Ed il giorno, ogni ora eterna brucia a questo fuoco,
ogni alba ha il petto offeso da quel piombo
degli innocenti fulminati al muro." 




09 agosto 2018

Per sconfiggere il razzismo serve un lavoro Partigiano...

PER SCONFIGGERE IL RAZZISMO
SERVE UN LAVORO PARTIGIANO.
Chi ci tiene a non finire sommerso deve svegliarsi adesso.
C’è un lavoro da fare: duro, scomodo e perfino intollerante.
Di Gianfrancesco Turano.
L'Espresso - 08 agosto 2018.
Nel viaggio dell’essere umano attraverso i suoi luoghi comuni, nessun paese è bello come la Tolleranza, nessun altro è così ricco di civiltà e monumenti, di cultura e buona educazione. È così bello attraversare la Tolleranza che molti si illudono di potercisi stabilire per sempre. Ma l’uomo non sta fermo se non quando è troppo tardi per tornare a muoversi, come accade nel luogo comune più frequentato, dove tutti finiscono per trasferirsi.
Chi pensa di risiedere nella Tolleranza, in realtà, continua il suo viaggio. Senza accorgersi, attraversa confini. Prima o poi, inevitabilmente, si sposta in luoghi altrettanto comodi e tranquilli che si chiamano Quieto Vivere, poi Ignavia e infine Viltà. È successo infinite volte nella Storia, quando si inizia a sentire un certo discorso, sempre uguale, rivolto a gente sempre diversa, siano gli armeni, gli ebrei, i tutsi del Ruanda o, prima ancora, i catari e gli ugonotti.
I bersagli di questo discorso vengono allontanati dagli altri e spinti verso il paese della Paura. Gli altri pensano: alla fine, è soltanto un discorso, è un parere personale e ognuno ha il diritto di esprimere un parere poiché ci troviamo nel paese della Tolleranza. È stato detto: non condivido la tua opinione ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di esprimerla.
Ecco, in breve, il paese della Tolleranza e i suoi visitatori così abituali da sentirsene cittadini.
Questa tolleranza, oggi e qui, è sbagliata. È il travestimento del quieto vivere, della codardia, del menefreghismo, della frammentazione dolosa del corpo sociale illustrata dall’apologo del pastore luterano Martin Niemöller, spedito da Hitler a Dachau. È quello che si chiude con la frase: e quando vennero a prendere me, non c’era più nessuno con cui protestare.
Non esiste un modo tollerante di affrontare l’intolleranza. C’è solo un modo vile per farlo. Oppure, un modo intollerante.
Si è visto con Hitler e Mussolini, tollerati finché hanno raso al suolo l’Europa. Il loro esempio è così recente e vivo nella memoria che prima delle elezioni del 4 marzo 2018 si è additato come rischio supremo della civiltà il neofascismo di Casa Pound e Forza Nuova, che sono state votate dallo 0,8 per cento dei cittadini.
È stato facile prendersela con loro. Sono brutti, rasati, tatuati, spesso urlanti, minacciosi, violenti per Dna politico. Più di ogni altra cosa, sono pochi.
Mentre spezzavamo le reni ai pronipoti delle Ss, la Lega ex Nord si avviava a diventare il partito più seguito in Italia. In trent’anni di vita, alla Lega è stato consentito tutto. È stato tollerato il suo discorso esplicitamente razzista, l’insulto sistematico a stranieri e meridionali, la diffamazione dell’Italia e dell’Europa.
La Lega ha potuto seminare per decenni le opinioni alle quali, nel paese della Tolleranza, aveva diritto. La Lega ha convinto una massa crescente di italiani a non vergognarsi della sua intolleranza. Ha spiegato che il razzismo è un’opinione come un’altra e che si può esprimerla lanciando uova a una ragazza torinese, Daisy Osakue, di cui si disapprova il colore.
L’unico motivo per cui la Lega ci ha messo così tanto a sfondare è che il suo fondatore Umberto Bossi, reputato uno straordinario “animale politico” anche a sinistra, dove il razzismo si pratica con vergogna, si è comportato da imbecille politico.
Per un quarto di secolo, il presunto medico e presunto genio di Cassano Magnago ha rifiutato i consensi a sud del Po. Mentre il Fn della famiglia Le Pen dilagava nel paese europeo più ostile al fascismo per il semplice motivo che non discriminava nizzardi e marsigliesi, la Lega Nord si sparava in un piede giorno dopo giorno.
Poi è arrivato Matteo Salvini. Via la parola Nord, una mano di vernice allo statuto, qualche selfie davanti a una Napoli o con un cannolo in mano, e il gioco è stato fatto in pochi mesi.
Il risultato di decenni di tolleranza è che la mala pianta del razzismo è diventata una quercia. Oggi è la colonna portante del governo e promette di esserlo a lungo. Appena giunto al potere, il capo dei razzisti programma già di superare il suo modello, il democratore russo Vladimir Putin, e prevede di governare trent’anni contro i venti del Duce mentre afferma con sprezzo del diritto: noi leghisti non siamo ladri perché i soldi rubati li abbiamo già spesi.
Questo risultato è frutto di un viaggio collettivo nella Tolleranza che ha trasformato l’Italia non in un paese libero ma in un paese di gente libera di fare quello che vuole, un paese di condoni e patteggiamenti. La Tolleranza ha permesso la distruzione dei doveri dei cittadini italiani, in primis, e degli stranieri di riflesso. La Tolleranza ha distrutto i diritti. Oggi, mentre l’intolleranza neofascista si concentra sui migranti, nessuno si stupisce se un’azienda taglia affinché il top management intaschi la paga dei licenziati sotto forma di bonus variabile dovuto “alla creazione di valore”. Il consenso dei lavoratori vessati è alla base del Fascismo (Canale Mussolini di Antonio Pennacchi) e del Nazionalsocialismo (Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin).
Era chiaro già due anni fa che l’Italia della Tolleranza era pronta a cadere in braccio al primo democratore vagamente credibile. Adesso l’intolleranza è lì. Deve solo smontare quanto resta del M5S, abbandonato al suo destino dall’infantilismo democrat (dirigenti e militanti insieme).
Non servirà molto tempo. Quando un leader mostruoso entra in fase con la massa che lo ha eletto, è il maremoto. Chi ci tiene a non finire sommerso deve svegliarsi adesso. Deve capire che il viaggio nel paese della Tolleranza è un periodo di ferie meraviglioso ma è durato troppo a lungo. C’è del lavoro e al lavoro bisogna tornare sapendo che sarà duro, scomodo e spesso intollerante.
Sarà un lavoro partigiano. Forse non servirà prendere il fucile e andare in montagna. Basterà applicare la prima forma di intolleranza, il rifiuto, alle cose minime. Per esempio, disdire l’abbonamento a quei bagni di Alassio dove, come ha raccontato l’Espresso, esiste un cane da bagnasciuga addestrato al razzismo verso i neri poco abbienti. Miracoli dell’istruzione.
È giusto praticare il razzismo verso i razzisti. Anche loro vanno istruiti sul fatto che l’uomo tende sempre al diverso. Non lo si può punire meglio che lasciandolo in mezzo a gente uguale a lui."

03 agosto 2018

NO al fascismo... Legge 205. 20 giugno 1993.

Quando un Ministro, cha ha giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza, si pronuncia per eliminare la Legge 205 del 20 giugno 1993. (Detta Legge Mancino)...  Noi Partigiani, Antifascisti, Antirazzisti, figli, nipoti, famigliari di Partigiani, noi iscritti all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, sentiamo un brivido lungo la schiena, e seriamente preoccupati che il male ritorni, non permetteremo che il fascismo trovi spazio legale, che alta si alzi la voce delle Istituzioni e della politica Democratica, non passi un tale disegno, un tale pensiero. Noi non dimentichiamo e ci opporremo con tutte le forze che tali riflessioni trovino consensi e permessi. Chiediamo le dimissioni del Ministro Fontana. Il fascismo non è un opinione è un reato. 
Sezione ANPI Barona Milano.
3 agosto 2018.  


La "legge Mancino" si colloca all'interno di un complessivo quadro normativo volto a sanzionare le condotte riconducibili al fascismo e al razzismo. Le principali fonti normative al riguardo sono le seguenti:
  1. la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, al primo comma, stabilisce che "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista";
  2. in attuazione della predetta Disposizione, la Legge 20 giugno 1952, n. 645, in materia di "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione", all'art. 1, precisa che si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista:
    • esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica,
    • o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione,
    • o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza,
    • o svolgendo propaganda razzista,
    • ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito,
    • o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista;
  1. la Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966, è stata recepita dall'ordinamento italiano con legge 13 ottobre 1975, n. 654.
Tale Convenzione dichiara nel suo preambolo, fra l'altro, che "gli stati parti della presente convenzione [sono] convinti che qualsiasi dottrina di superiorità fondata sulla distinzione tra le razze è falsa scientificamente, condannabile moralmente ed ingiusta e pericolosa socialmente, e che nulla potrebbe giustificare la discriminazione razziale, né in teoria né in pratica, [e che gli stati stessi sono] risoluti ad adottare tutte le misure necessarie alla rapida eliminazione di ogni forma e di ogni manifestazione di discriminazione razziali nonché a prevenire ed a combattere le dottrine e le pratiche razziali".
In conseguenza la medesima Convenzione, all'art. 4, stabilisce che "gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che s'ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale".
Sempre nel medesimo art. 4 della Convenzione, gli Stati contraenti "si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo [...] ed in particolare:
  1. a dichiarare crimini punibili dalla legge, ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull'odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza, od incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppo di individui di colore diverso o di diversa origine etnica, come ogni aiuto apportato ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento;
  2. a dichiarare illegali ed a vietare le organizzazioni e le attività di propaganda organizzate ed ogni altro tipo di attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che l'incoraggino, nonché a dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni od a tali attività;
  3. a non permettere né alle pubbliche autorità, né alle pubbliche istituzioni, nazionali o locali, l'incitamento o l'incoraggiamento alla discriminazione razziale."
La legge Mancino si richiama esplicitamente alle predette normative di riferimentoLa legge 25 giugno 1993, n. 205 è una norma della Repubblica Italiana che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all'ideologia nazifascista, e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La legge punisce anche l'utilizzo di simbologie legate a suddetti movimenti politici.
Emanata con il decreto legge 26 aprile 1993 n. 122 - convertito con modificazioni in legge 25 giugno 1993, n. 205 - è nota come legge Mancino, dal nome dell'allora Ministro dell'Interno che ne fu proponente (il democristiano Nicola Mancino).
Essa è oggi il principale strumento legislativo che l'ordinamento italiano offre per la repressione dei crimini d'odio.
L'art. 1 ("Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi") dispone quanto segue: "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, [...] è punito:
  • a) con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
  • b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni."
L'art. 2 ("Disposizioni di prevenzione") stabilisce che "chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi" come sopra definiti "è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila." Inoltre lo stesso articolo vieta la propaganda fascista e razzista negli stadi, disponendo che "è vietato l'accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli" di cui sopra. "Il contravventore è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno."

L'art. 4 punisce con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000 "chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni."

22 luglio 2018

Viaggio della Memoria, ANPI Barona a Monte Sole. Patria Indipendente.

ANPI Barona a Monte Sole, grazie ad Emanuela...


Domenica 24 giugno la sezione Anpi Barona di Milano ha organizzato un viaggio della memoria sui sentieri dell’eccidio di Monte Sole, a cui hanno partecipato diverse sezioni Anpi Milano e Monza e Bagnacavallo. Giunti a San Martino, la sezione Anpi Marzabotto ha accolto i partecipanti con Ferruccio Laffi, uno dei pochi sopravvissuti alla strage nazifascista.
Profumo di tigli, cielo azzurro, sole, fiori di campo, il canto delle cicale. Pace.
La natura ha cercato di farsi piú bella in questi luoghi. Qui alle pendici di Monte Sole dove tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 fu compiuta quella che viene considerata la piú efferata strage da parte dei nazisti delle SS sulla popolazione civile. Un’operazione pianificata, con lucida crudeltà i carnefici volevano radere al suolo questo territorio. Un territorio nel quale avevano la propria base i partigiani della brigata Stella Rossa-Lupo (nome del comandante Musolesi). Un territorio importante, ad un passo dalla Linea Gotica, dagli Alleati. Difficile peró da raggiungere per chi non era del luogo, infatti a guidare le SS fin su a San Martino, Casaglia, Monzuno furono militi fascisti locali. In 6 giorni, le truppe del maggiore Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16ª Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, distrussero intere comunità. 115 luoghi, paesini, case sparse di mezzadri, vi abitavano perlopiú donne, bambini, anziani. Gli uomini erano al fronte, erano partigiani. Nessuno avrebbe potuto immaginare la crudeltà e la violenza che si perpetró in quei giorni. Ma non c’è nessun luogo sicuro in guerra. Neanche una Chiesa. I ruderi delle case e delle Chiese lo testimoniano ancora oggi. Il silenzio, il terrore, il pianto anche.
I numeri sono importanti quando si tratta di vite umane. È stato accertato che il numero delle vittime in quei giorni fu di 775, anche se non tutti i documenti sono stati ancora esaminati. Oltre ai numeri, ci sono le persone. Ci sono i bambini. Abbassarono il cavalletto delle mitragliatrici, perché a 150 cm non avrebbero colpito i bambini. E allora ci si chiede come questi soldati abbiano potuto vivere dopo quel giorno.Dopo aver rinchiuso innocenti in una chiesa o in una casa o in un cimitero e aver lanciato all’interno bombe, aver sparato ad altezza bambino, aver sventrato donne incinte, tagliato teste, squartato animali. Come si fa a vivere dopo? Cosa c’è stato nella loro vita, dopo?
Qui a Montesole dopo non c’è stato piú niente.
I pochi bambini sopravvissuti, perché avevano resistito sotto cadaveri per ore o perché erano riusciti a scappare nascondendosi nei boschi, non hanno più vissuto lì. Furono affidati a famiglie in città distanti da quel luogo. Interi paesi sono rimasti disabitati per decenni. Ferruccio Laffi, uno dei pochissimi sopravvissuti alla strage, in un pomeriggio a Colulla perse 14 familiari. Racconta con dolore, costanza e coraggio ciò che accadde in quei giorni. Per una sola ragione, perché la pace è il bene piú prezioso.
«Avrei tante cose da dire, ma mi blocco. Quando voglio parlare la parola non viene fuori… Devo aspettare un po’. Sono contento di vedervi qui oggi. Adesso sono un po’ arrabbiato, dentro di me, perché quelli che dovrebbero parlare stanno zitti. Io ho tanti annili conosco quelli che parlano loro e te devi stare zitto. Pensateci un po’ poi vedrete».
Ferruccio, ci puoi raccontare cosa ricordi di quei giorni«In quei giorni io ero ragazzo, avevo 16 anni, qui sui monti c’era la brigata Stella Rossa. Io abitavo vicino Marzabotto, in campagna. Aiutavamo i partigiani, davamo loro da mangiare. Loro scrivevano su un biglietto la roba che prendevano. Le famiglie erano composte da 10/15 persone, che lavoravano la terra, vivevano di quello. C’era la miseria, ma ci si accontentava di poco. Quello che producevano lo mangiavano piano piano e lo mettevano via per l’inverno. A fine settembre eravamo già preparati, anche a casa mia avevamo fatto dei buchi per nascondere della roba. Si sentiva che avevano liberato Firenze, gli Alleati erano vicini. Allora si pensava che in una settimana saremmo stati liberi. Purtroppo non è stato cosi. Gli americani si fermarono a pochi km da qui. È successo che il 29 settembre hanno incominciato a cannoneggiare, a sparare qui intorno. A casa mia mi hanno detto di andare su ad avvisare i partigiani. Li c’era un gruppo di partigiani, il cui capitano era stato già ucciso. Mi dissero di nascondermi fino a sera e poi tornare a casa. Gli uomini cercavano di nascondersi, perché si pensava che sarebbero stati uccisi loro, non i civili. Invece hanno ucciso i vecchi, i bambini, le donne. C’erano squadre che cercavano chi c’era in giro, li raggrupavano e li uccidevano. Si son salvati pochi, alcuni bimbi solo perché hanno resistito sotto i cadaveri per ore. Il 29 sera a casa la mamma mi disse che erano passati i tedeschi, ma non era successo niente. Allora ci sembrò che fosse finita li. Perché c’erano stati altri ratrellamenti e duravano un giorno e poi il giorno dopo si mettevano a posto le cose. Invece noi noi non sapevamo che a Casaglia/ Creda etc avevano ucciso e bruciato le case. Il giorno dopo, la mattina eravamo andati a lavorare come sempre. A mezzogiorno eravamo tornati a casa a mangiare. Finito di mangiare vediamo dei tedeschi venire giù verso casa nostra. Allora gli uomini dissero che sarebbe stato meglio andare a nascondersi. Io mi sentivo un uomo, avevo 16 anni, quindi andai a nascondermi anche io. Andammo nel bosco a 200 metri da casa. Abbiamo sentito degli spari ma noi non vedevamo niente. Era il 30 settembre pomeriggio e non si sentiva piú nente. Poi siamo andati su e abbiamo visto la casa che bruciava, le bestie fuori, non c’era nessuno. Vai via da casa, stai via 2 ore torni e non trovi piú nessuno. Non erano stati solo uccisi, erano stati sventrati, uomini e animali squartati. Nell’aia ho visto un uomo nudo rannicchiato non lo riconobbi sembrava un bambino tanto era piccolo, era mio padre. Era una cattiveria. Si divertivano a fare del male, a sparare ai bimbi lanciati in aria, io non li ho visti, ma lo hanno raccontato alcuni testimoni. Io andavo a messa, ma da quel giorno non ci sono più andato».
I fatti accaduti a San Martino di Caprara, Caprara e Casaglia
San Martino, 30 settembre 1944. I tedeschi arrivarono trovando le persone, per lo più donne e bambini, rifugiate in chiesa. Le fecero uscire, le ammassarono davanti una casa colonica vicina, poi le uccisero a colpi di mitraglia e dettero fuoco agli edifici. Caprara, 29 settembre 1944. Sette od otto soldati rastrellarono le persone nel rifugio, le misero in fila, le rinchiusero in una delle case del borgo, gettando quindi delle bombe da una finestra e dalla porta. Alla casa fu poi dato fuoco: c’erano circa settanta persone tra donne e bambini, e sopravvissero solo in otto.
Casaglia, 29 settembre 1944. La mattina erano transitati i partigiani che, incalzati dalle truppe tedesche, si stavano rifugiando su Monte Sole. Verso Casaglia si erano diretti anche molti civili, cercando rifugio in chiesa. Con i civili rimase il giovane parroco di S. Martino, don Ubaldo Marchioni. Era partito da S. Martino per recarsi all’oratorio di Cerpiano e celebrare la messa. Arrivato a Casaglia, passando da Caprara, trovò la chiesa già piena di gente, e si fermò con loro. Un gruppo di tedeschi entrò in chiesa e fece uscire le persone. È probabile che dentro la chiesa siano stati uccisi don Ubaldo Marchioni ed una giovane donna paralitica, Vittoria Nanni.
Nessuno fu interrogato dai tedeschi, che ordinarono ai prigionieri di uscire ed avviarsi verso Dizzola. La stessa strada porta anche al cimitero, distante poche centinaia di metri dalla chiesa: subito prima del cimitero vi è un bivio, e il sentiero sulla sinistra porta a Dizzola. Il gruppo degli ostaggi non imboccò mai quella strada: arrivati nelle vicinanze del cimitero, prima della deviazione per Dizzola, il gruppo, tutte donne e bambini, tranne un uomo di mezza età, fu fermato da un’altra pattuglia di tedeschi, composta, a seconda delle testimonianze, da 7 a 15 uomini. Colui che appariva il comandante li indirizzò verso il cimitero, ordinando ai suoi uomini di forzarne i cancelli di ferro. I tedeschi li fecero entrare, li raggrupparono davanti alla cappella, e montarono una grossa mitragliatrice su un treppiedi, armata da uno o due uomini che avevano nastri di cartucce attorno al corpo: cominciarono quindi a sparare. Anche un altro tedesco sparò con una grossa arma automatica. L’eccidio si compì in pochi minuti.
Il processo al maggiore Walter Reder
Reder, catturato dagli inglesi a Salisburgo il 5 maggio 1945, fu consegnato all’Italia. Il processo, davanti al Tribunale militare di Bologna ebbe inizio il 18 settembre 1951 e terminò il 31 ottobre con la condanna all’ergastolo per le stragi della Toscana e per una parte di quelle bolognesi. Per Monte Sole fu riconosciuto colpevole della morte di 262 persone uccise a Casaglia, Cerpiano, Caprara, San Giovanni di Sopra, San Giovanni di Sotto, Cà di Bavellino e Casoni di Rio Moneta. Intanto il 17 ottobre 1945 a Brescia e il 30 settembre 1946 a Bergamo furono condannati i fascisti che fecero da guida alle SS durante l’eccidio. Il 30 aprile 1967 Reder – al quale la condanna era stata confermata in appello – inviò una lettera alla comunità di Marzabotto per chiedere il perdono. Con 282 voti – espressi dai cittadini di Marzabotto – il perdono non fu concesso. Appena 4 quelli a favore. Il 15 luglio 1980, a Reder, detenuto nel carcere di Gaeta, venne concessa la semilibertà, per essere poi rilasciato il 23 gennaio 1985. Rientrato in Austria, disse di non avere chiesto perdono e che la lettera era stata scritta dal suo avvocato. É morto il 2 maggio 1991. Il 16 aprile 2002 il Presidente della Repubblica tedesca Johannes Rau – accompagnato dal Presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi – si è recato a Marzabotto e ha chiesto scusa in nome del popolo tedesco.
Emanuela Manco
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