10 marzo 2021

I Partigiani della Barona: Fulvio Rossi.

 




























Fulvio Rossi. Lapide in Via Watt 1 angolo Via Binda. Milano.

Nato a Milano il 17/5/1900 da Rodolfo e Palmira Belli, residente in via Watt 1.

Apparteneva alla 113ª Brigata Garibaldi SAP.

Fulvio era un antifascista della prima ora. Era un operaio che lavorava alla Kardex (una fabbrica che ha sede in via Ettore Ponti) che si occupava di meccanica. In fabbrica c’erano tanti lavoratori/ lavoratrici, si conoscevano tutti ed erano amici. Quasi tutti sono diventati partigiani/e e sono entrati nella 113ª Brigata Garibaldi. Alla Liberazione il raggruppamento contava quasi 400 fra uomini e donne. 

Fulvio venne arrestato in casa sua dagli agenti dell’OVRA nella notte fra il 15 e il 16 novembre 1944 insieme a tanti altri partigiani e poi fucilato in via Cermenate.

"Sicuro assertore del venire Rivoluzionario dei lavoratori cadde nel vivo della lotta clandestina il 15 novembre 1944. Ad ignominia e vergogna dei sicari sia a lui gloria eterna. I Compagni della Cardex e della Cellula" 











































Articolo Corriere della Sera 29 maggio 1972. 












Distaccamento Kardex. Fotografia 30 aprile 1945.



Le Lapidi della Barona 

 

I Partigiani della Barona: Gregorio Piluso.

 


































Gregorio Piluso. Lapide in Viale Famagosta 2. Milano. Gregorio Pliuso

Nato a Caltagirone il 14/09/1901 da Salvatore e Angela Belvedere, abitava in viale Famagosta 2. Appartenente alla 42ª Brigata Matteotti. Diploma Alexander 226359.

Costretto a lasciare la Sicilia nel 1917 approda a Genova dove sviluppa la sua attività antifascista nelle file dei socialisti fino al 1926. 

Arriva a Milano, con moglie e due figlie, dove svolge la sua attività di parrucchiere e di lotta antifascista. Entra subito nelle file partigiane; viene più volte fermato dai fascisti, portato nelle carceri e torturato. Alla fine viene fucilato la notte del 16/11/1944.  (Un ampio

Una lapide lo ricorda in viale Famagosta 2 e un’altra dove è stato ucciso in via Dezza 22.





























































Corriere della Sera 16 novembre 1944

Corriere della Sera 17 novembre 1944



L'Avanti (edizione Milanese) 13 settembre 1945.


 
Lapide in Via Dezza 22 Milano. 

Articolo L'AVANTI del 5 settembre 1945. 
"Il boia di San Cristoforo" - 20 anni a una copia di spie.

"Alla Corte d'Assise straordinaria è comparso l'ex fiduciario del gruppo Diaz di San Cristoforo, Francesco Barbieri, fu Angelo, nato nel 1903. Capeggiava spedizioni punitive ed è inoltre accusato di aver appiccato il fuoco ad un'edicola di giornali di proprietà di due Antifascisti. Nel corso del dibattito emergevano altri fatti di eccezionale gravità fai quali l'uccisione del Parrucchiere Gregorio Piluso. In seguito a questa e ad altre circostanze emerse, la Corte su richiesta del Pubblico Ministero, ha rinviato il processo a nuovo ruolo per supplemento d'istruttoria e per poter così applicare invece dell'Art 58, l'Art. 51 che prevede la pena capitale. Per le sue nefandezze il Barbieri era conosciuto col descrittivo nome di "Boia di San Cristoforo". 



Le Lapidi della Barona 











I Partigiani della Barona: Giuseppe Peruselli.

 






























Giuseppe Peruselli. Lapide in Via Barona 25. Milano.

Nato a Gaggiano (Milano) l’8/07/1913 da Giovanni e Giovanna Gallotti. Residente a Milano in via Barona 25.

Appartenente al Distaccamento autonomo “Brigata Ticino” Divisione Matteotti. Diploma Alexander 227510.

Alto 1,72, giardiniere, 4ª elementare. Decorato con medaglia commemorativa delle operazioni in AOI, trasferito a Milano in via Barona 25. Coniugato con Benaglia Maria. 

Prestò servizio militare dal 21/05/1935 nel 1° reggimento artiglieria armata; l’11/08/1935 passò nel 4° gruppo artiglieria divisione CCNN 3 gennaio; il 30/10/1935 parte da Napoli per l’Eritrea; il 5/11/1935 sbarca a Massaua e viene assegnato al reparto autonomo di manovra; riparte da Massaua il 19/12/1936 e torna a Napoli. Viene richiamato il 30/05/1940 nel 1° reggimento artiglieria armata a Vigevano 5° gruppo 13ª batteria; l’11/06/1940 è sul fronte occidentale; il 9/03/1941 parte per l’Albania da Brindisi col 3° gruppo 9ª batteria e arriva a Durazzo; il 13/03/1941 viene ferito alla testa e il 28/03/1941 dall’ospedale da campo raggiunge l’ospedale militare a Durazzo; viene mandato all’ospedale militare di Bari dove arriva il 2/04/1941. Viene infine dichiarato inabile e riformato il 9/12/1941.

Entra nella lotta partigiana dal gennaio 1944 al 27/04/1945. Ripristinato nei ruoli dell’esercito per aver fatto parte della formazione parte della formazione partigiana Divisione Ticino in Milano. 

Il 16/07/1945 c’è una dichiarazione della 113ª Brigata Garibaldi “Martiri di viale Tibaldi”, distaccamento Idelio Fantoni Barona a firma di Egidio Asnigo, commissario di guerra, e di A. Grottoni e Maradini Luigi, comandanti: “Ha partecipato alla lotta clandestina dall’ottobre 1944 e sino al giorno della propria morte avvenuta nei giorni dell’insurrezione nella sua casa dopo le ferite riportate in combattimento”.

L’11/08/1949 la 113ª Brigata Garibaldi a firma di Luigi Maradini dichiara: “il partigiano Giuseppe Peruselli fece parte della 113ªBrigata Garibaldi. In seguito a ferite riportate in uno scontro con truppe tedesche in via Ripa Ticinese il giorno 26/04/1945 decedeva all’accettazione dell’Ospedale Maggiore la sera stessa.






























Le Lapidi della Barona 


09 marzo 2021

I Partigiani della Barona: I fratelli Negri e Morneghini.

 













Giovanni Negri. Pietro Negri. Vittorio Morneghini. 

Lapide Via Lodovico il Moro 135. Milano.















Giovanni Negri. 















Pietro Negri. 


Giovanni (25/2/1925-3/5/1945; 20 anni) e Pietro Negri (27/3/1906-5/10/1944; 38 anni). Abitavano in via Ludovico il Moro 135. 

Appartenevano alla 113ª Brigata Garibaldi Sap: Giovanni dall’8 settembre 1943 fino alla sua morte; Pietro dal 26 luglio 1943 fino alla sua morte. 

Furono arrestati alla Cascina Beldietto con l’accusa di occultare armi e munizioni. Vennero deportati in Germania nel campo di concentramento di Mauthausen. 

Giovanni faceva parte del Corpo dei Vigili del Fuoco di Milano dal 18 gennaio 1943, assegnato alla sede centrale. Il 20 settembre abbandona il suo lavoro per dedicarsi completamente alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. 

Quando giunse a Mauthausen gli venne dato il numero di matricola 57299 e venne classificato come Schutz (Schutzhaftilnge: deportato per motivi di sicurezza). In un primo tempo fu trasferito a Zement-Ebensee poi a Wels II, entrambi sottocampi di Mauthausen. [ da G. Mascherpa “Sulle tracce di Pericle. Il contributo dei pompieri milanesi alla lotta di liberazione”, ed. ANPI Comitato Provinciale Milano]

Secondo le schede della Federazione Comunista Milanese, Sezione “Antonio Gramsci”, i due fratelli vennero arrestati in piazzale Baracca, su denuncia di certo Bortolotti Giovanni, il 30 novembre 1943. 

Pietro morì a Mauthausen il 5 ottobre 1944, quasi un anno dopo il suo arresto. Giovanni due giorni prima della liberazione del campo. 

[Da un verbale della 113ª Brigata Garibaldi SAP veniamo a conoscenza delle gravi conseguenze della delazione di Giovanni Bortolotti. Costui, al soldo dei fascisti, denunciava i cittadini combattenti, e non, sospettati di tramare contro lo status quo. A seguito di tale atto trovarono la morte 6 giovani della nostra zona, sorpresi mentre erano riuniti per organizzare un’operazione di guerriglia in uno scantinato di via Ludovico il Moro ed arrestati il 4 agosto 1944. (Giovanni e Pietro Negri, Vittorio Morneghini, Giuseppe Frazzei, Francesco Migliavacca e Luciano Paschini). Furono arrestati tutti e portati al carcere di San Vittore dove vennero pesantemente torturati al fine di ottenere i nomi dei loro compagni d’azione, ma nessun nome venne fatto. – da “Da Milano alla Barona. Storia, luoghi e persone di questa terra”]










































Vittorio Morneghini 

Nato a Milano il 5/6/1922 da Angelo e Poletti Luigia. Abitava in via Ludovico il Moro 135. Meccanico.

Fece parte della 113ª Brigata Garibaldi Sap dal 17 marzo 1944 fino alla sua morte. 

Secondo i documenti rilasciati dalla 113ª Brigata Garibaldi Sap  e firmati dal suo comandante Maradini Luigi, Vittorio venne arrestato il 4 agosto 1944 in via Vigevano durante un appostamento per un disarmo. Portato a San Vittore, venne deportato a Mauthausen il 17 agosto dove morì il 1° aprile del 1945 a 22 anni.





























Le Lapidi della Barona 








I Partigiani della Barona: Vittorio Malandra.


 











Vittorio Malandra. Lapide in Viale Famagosta 4.

Vittorio Malandra nato a Milano il 26/6/1894 da Luigi. Abitava in viale Famagosta 4. 

Membro della 128ª Brigata Garibaldi SAP operante a Sesto San Giovanni, lavorava alla Breda come verniciatore. 

Venne arrestato a casa sua la notte del 14 marzo 1944, in uno dei maggiori rastrellamenti eseguiti dai repubblichini in seguito agli scioperi avvenuti nelle fabbriche milanesi e dell’hinterland all’inizio del mese. Quella notte furono 63 gli operai catturati. La Breda fu una delle fabbriche più colpite con un totale di 125 arrestati di cui 121 deportati. Alla Breda furono riempite meticolosamente le liste con i nomi degli operai da arrestare. 

Malandra venne prima portato a Bergamo alla caserma Umberto I. Da qui partì il 17 marzo per Mauthausen con il trasporto n.34. Arrivò nel campo di concentramento dopo 3 giorni di viaggio, numero di matricola: 58958. Rimase in vita per più di un anno fino al 22 aprile 1945. Morì a 51 anni. Il nome di Vittorio compare anche nella Lapide collettiva di Sesto San Giovanni, Città Medaglia d'Oro al valor militare, che ricorda i suoi caduti nel campo di sterminio nazista. 




 












































Le Lapidi della Barona 

08 marzo 2021

I Partigiani della Barona: I tre Martiri.

 


Giuseppe Frazzei

















Francesco Migliavacca 

















Luciano Paschini 










I tre Martiri.  Lapide in Via Lodovico il Moro 135. Milano 

Luciano Paschini nato a Milano il 27/07/1927 da Mauro e Vighi Angela; Giuseppe Frazzei nato a Milano il 29/09/1926 da Luigi; Francesco Migliavacca nato a Buccinasco (Milano) il 4/02/1924 da Carlo Pietro.

Abitavano tutti e tre in via Lodovico il Moro 135. Milano. 

La sera del 7 aprile 1945 tentarono di irrompere nella abitazione di M. in via Giambellino. M. era un noto delatore e torturatore appartenente alla Muti, che secondo alcuni non disdegnava azioni di criminalità comune, quali i furti nei negozi della zona. M. riuscì a fuggire dal suo appartamento e a raggiungere un vicino presidio fascista. I suoi camerati accorsero in forze per procedere al rastrellamento della zona con l’intento di catturare i tre giovani Partigiani, che non si erano allontanati dalla zona. 

Luciano, Giuseppe e Francesco furono catturati e condotti presso una caserma repubblichina. Furono torturati e nella stessa notte tra il 7 e l’8 aprile ricondotti sul luogo della loro azione, dove vennero fucilati. 

L’esecuzione avvenne in un prato dove poi sorse un palazzo, in via Giambellino 46, e lì venne posta un altra lapide a loro ricordo. 






















«7 aprile 45 - In via Giambellino, 3 sappisti della 113a bis, tentano il disarmo a domicilio di un pericoloso rastrellatore, ma una spia telefona alla Resega che riesce a bloccarli. I nostri Sappisti tentano di reagire, ma vengono immobilizzati e portati al presidio dove li sottoponevano alle più tremende sevizie. Non essendo riusciti a sapere ciò che speravano li ricondussero sul posto dell’avvenuta cattura e barbaramente li trucidavano».                                               Relazione della 4° Divisione Garibaldi.


Anni or sono i parenti del più giovane dei tre, Giuseppe Frazzei, ricordavano:

Angela Frazzei (Cognata): Un ricordo che ancora mi fa piangere. «Corri, mi dissero, c’è Peppino morto in via Giambellino. Peppino era il fratello di mio marito.  Io allora abitato a Corsico. Ero fidanzata con Alessandro. Conoscevo Peppino, suo fratello, più giovane di tre anni. Alessandro era via, militare. Non sapeva niente. Avrebbe saputo solo il giorno del suo ritorno a casa, il 13 maggio del ’45. Quando arrivai quella mattina dell’8 aprile c’era già gente attorno ai corpi dei tre giovani uccisi sul ciglio del prato davanti al Bar Siro. Riconobbi subito Peppino. Aveva un buco dietro l’orecchio. Ma doveva essere stato torturato. Forse con la corrente elettrica. Le braccia erano annerite. Erano conciati tutti e tre da far pietà. Paschini aveva un buco in fronte. Lì, in via Giambellino, li avevano finiti. Molti piangevano. Perché tanto strazio? La guerra, sì, ma come si poteva ridurre un ragazzo in quelle condizioni? Li avevano scaricati e uccisi sulla strada come fossero niente. No, non dimenticherò mai quel momento».

Alessandro Frazzei (fratello): A casa pensavo di ritrovare tutti. «Quando sono tornato a casa il 13 maggio 1945 dopo due anni di guerra e di prigionia (sono stato richiamato nel ’43) pensavo di ritrovare tutti. Invece mio fratello Peppino non c’era più. Credevo di essere stato il più sfortunato della famiglia. Dopo l’8 Settembre sono stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato in giro per tutta la Jugoslavia. Spesso a piedi. Una vita d’inferno. In Austria a Villach all’inizio del Maggio del ’45 ho visto il primo carro armato americano. Eravamo in quattro soldati italiani. Pensammo allora che era finita e così decidemmo di tornare. Da Villach a Udine a piedi e poi con mezzi di fortuna fino a Milano. Finalmente a casa. Peppino, però, non c’era. Piansi come un bambino. No, non potevo immaginarmelo. Ero andato via che era un ragazzino. Un bravo ragazzo. Lavorava alla CGE e studiava per diventare perito. Come potevo pensare che quel ragazzo sarebbe morto così? Mia madre si è tenuta il suo maglione bucato dai colpi sparati dai fascisti per molti anni. Poi lo ha consegnato all’ANPI. Non so dove sia finito quel maglione con tutti quei buchi».











Le Lapidi della Barona 






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