07 marzo 2021

I Partigiani della Barona: Graziano Arrighini.










Graziano Arrighini. Lapide in Via Voltri angola Via Ovada. Milano. 

Nato a Udine il 6/5/1910, figlio di Francesco. Residente a Milano (l’indirizzo è sconosciuto). Apparteneva alla 113a Brigata Garibaldi SAP. Diploma Alexander 227341. Il corpo di Graziano viene trovato la mattina presto del 16/11/1944 in via Voltri, angolo via Ovada da due donne.

Appartenente alla 4ª b divisione antifascista della Brigata, conosciuto per la sua attività antifascista, era stato prelevato dai fascisti dal suo domicilio la sera del 15 novembre con l’accusa di attività sovversiva viene portato, dopo un processo sommario, nei pressi di via Lorenteggio e fucilato. Viene poi trasferito in via Voltri e lì scaricato come monito alla popolazione della Barona (quartiere con grande presenza di partigiani e antifascisti) per far sapere come i nazifascisti trattavano i partigiani che venivano catturati.
Le lavoratrici ed i lavoratori che erano in attesa di prendere il tram (al capolinea di via Biella) che li portava al lavoro, accorrono alle grida delle due donne e spostano il cadavere di Graziano verso le luci di piazza Miani. Intervengono però i fascisti che, urlando e minacciando i presenti, riportano il cadavere dove era stato scaricato.

Dalla testimonianza di Belloni Annamaria (Taietti):

Io e mia sorella Doloresarrivavamo a piedi dal Molino Doppio sino a piazza Miani, lì in via Biella, c’era il tram, andavamo a lavorare. […] Io avevo 19 anni e Dolores ne aveva 25. Saranno state le 6 del mattino, vediamo lì sul marciapiede un’ombra scura e lunga, Dolores mi dice: “Mi sa che stanotte i fascisti hanno fatto la guardia, vedi lì, che chi è andato a tagliare la legna nei prati, li ha incontrati, ed è scappato, hanno lasciato pure un pezzo d’albero lì sull’angolo, chissà come correvano”. Ci avviciniamo, e io la prima cosa che vedo è un paio di calze a righe rosse e bianche, di quelle grosse fatte con la lana e gli aghi a mano. E dentro le calze, i piedi, e poi le gambe, il corpo, il sangue sull’asfalto, una giacchetta nera, un viso nascosto, scomposto, sotto un braccio che pareva voler dire pietà.”










































Corriere della Sera - 16 novembre 1944.




































Corriere della Sera - 20 novembre 1944. 



Le Lapidi della Barona 



01 marzo 2021

Arriva il TAMPONE. Coordinamento ANPI Municipio 6 Milano.


 



















Sabato 6 marzo Tampone per rilevare il Covid in Piazza Miani Milano. Grazie a Medicina solidale e Brigata Sanitaria Soccorso Rosso. Noi ci siamo in nome della Costituzione.

La tessera ANPI 2021 e Bella Ciao...




La tessera ANPI Barona Milano 2021 e Bella Ciao, Giornate Nazionali Tesseramento ANPI. Piazza Miani domenica 28 febbraio 2021. NOI ci siamo... "La casa dell'Antifascismo". 

 

"Quando cessarono gli spari". Tesseramento ANPI Barona 2021.

Un bellissimo regalo da Daniele Biacchessi. "Quando cessarono gli spari" Per le giornate Nazionali Tesseramento ANPI 2021. La casa degli Antifascisti.

 

 

19 febbraio 2021

Strappano la memoria, danneggiato il Cippo al Ronchetto sul Naviglio. Milano

Strappate le immagini in ceramica di tre Partigiani dal Cippo che ricorda i caduti della Battaglia del Ronchetto sul Naviglio di Milano, 25 aprile 1945. 

Oltraggio alla lapide dei Partigiani, Domenico Bernori, Giovanni Paghini e Idelio Fantoni, le loro immagini strappate dal cippo che ricorda il loro sacrificio al Ronchetto sul Naviglio, Via Lodovico il Moro 187 Milano. La struttura è rimasta intonsa, e nessuna scritta ed ulteriore danno strutturale fanno pensare solo ad un furto, le cornici in bronzo ed ottone, antichi manufatti, forse servivano a qualcuno, oppure un misero guadagno per chi non conosce la storia, la povertà di chi non rispetta neanche la morte. Denunciamo l’accaduto alle forze dell’ordine, a tutti i Cittadini della zona, della città, ripristineremo a breve i supporti fotografici insieme al Municipio sei, aumenteremo ancor di più la nostra vigilanza verso i simboli della libertà e non smetteremo mai di chiedere l’applicazione della Costituzione, che anche questi tre ragazzi in una notte lontana ci regalarono.

Ivano Taietti e tutta la Sezione ANPI Barona Milano.









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La storia del Cippo: 

Ronchetto sul Naviglio in via Lodovico il Moro 187, al confine tra Milano, Buccinasco e Corsico, nella notte buia del 25 aprile 1945, le staffette in bicicletta provenienti da Corsico. Urlano: “stanno arrivando, sono tanti, arrivano dal Naviglio, arrivano da Vigevano, ci sono cavalli, camion e automobili, e davanti ci sono i fascisti, avvisate tutti”. Una quindicina di partigiani, stanchi, assonnati e male armati, corrono a perdifiato incontro al male. Ci sono solo prati, qualche albero, il Naviglio indifferente che scorre piano piano, il ponte lì davanti. E alle spalle la vecchia scuola. Poi solo buio e silenzio, ma in lontananza ecco le prime urla, i primi rumori di motore. Scoppia la prima bomba a mano e il cielo si riempie di lampi e tuoni, si spara con tutto quello che si ha, si urla con tutto il fiato in gola: “Maledetti, di qui non passate”. Arrivano i rinforzi, adesso sono quasi in ottanta a urlare, sparare, qualcuno è di là del ponte, e prende i nazisti di fianco. E la colonna si ferma, sullo spiazzo della vecchia “gabella” si odono i lamenti dei feriti. Il sangue comincia a gocciolare nell’acqua del Naviglio. Muoiono lì tra la prima erba di primavera, tra le prime stelle che annunciano la libertà, tre ragazzi: Domenico Bernori di anni 21, Giovanni Paghini di anni 18, Idelio Fantoni di anni 18, che dapprima ferito gravemente viene portato insieme ad altri feriti alla cripta della chiesa di Santa Rita, dove segretamente era stato allestito un punto di pronto soccorso per gli antifascisti. I padri Agostiniani oltre che nascondere armi e uomini, li nei sotterranei della chiesa prestavano la loro opera di conforto medico da parecchi mesi, aiutati da un giovane partigiano e studente di medicina: Mario Migliavacca, che divenne poi apprezzato medico condotto di zona, e che aveva appena finito di piangere la morte di suo fratello Francesco Migliavacca di 20 anni, fucilato dai fascisti al Giambellino l’8 aprile del 1945. Il Padre Agostiniano Luigi Binaschi della chiesa di Santa Rita, fu persino arrestato dalla Muti per la sua attività antifascista e incarcerato a San Vittore. Tre sono feriti gravi: Paolo Mignosi, Antonio Befana, e Scipione Grossi, che cerca scampo gettandosi nelle acque del Naviglio, nuotando fino all’altezza della cooperativa Ferrera, dove viene tratto in salvo e portato nella sua abitazione, non molto lontana, dove gli vengono prestate le prime cure. Oltre alle carcasse di diverse vetture blindate, sul luogo del tremendo combattimento rimangono i corpi senza vita di numerosi tedeschi, fra cui due ufficiali che comandavano la colonna.  I nazisti si ritirano, ritornano verso Corsico e tentano di entrare a Milano attraverso Cesano Boscone e Baggio. La colonna si smembra, le staffette hanno avvisato tutti, e in ogni via, ogni piazza i Partigiani aspettano i fascisti e i nazisti a suon di schioppettate. Appena entrati in città sono nuovamente attaccati, questa volta dalla 112a brigata Garibaldi, da gruppi della Matteotti e di Giustizia e Libertà. La Squadra volante “Aldo Oliva” al comando di Angelo Bornaghi, nome di battaglia “Gianni”, che nei giorni dell’insurrezione svolse anche il ruolo di responsabile della squadra a “guardia  del corpo” di Sandro Pertini, incontra un nutrito gruppo di nazi- fascisti, tra il ponte di via Valenza e via Lombardini. Un nutrito lancio di bombe a mano uccide tutti i cavalli degli ufficiali nazisti e forma un’impenetrabile barriera che non permette alle autovetture blindate di passare oltre. Numerosi fascisti e nazisti sono catturati e condotti alla prigione segreta di via Binda, nei sotterranei dell’azienda ESPERIS. Saranno poi consegnati agli anglo-americani nei primi giorni di maggio.  Sul luogo della battaglia e dove i tre Partigiani morirono per regalarci la Liberta. Un cippo ad eterna Memoria, ricorda Idelio Fantoni, Giovanni Paghini e Domenico Bernori.   -  “Comunisti caduti in azioni contro i nazifascisti in fuga il 25/4/1945. I compagni della 113a Brigata Garibaldi e il popolo si inchinano di fronte al loro martirio voluto per la libertà d’Italia”.  

Idelio Fantoni. 1927- 1945.  Nato a Milano il 14/9/1927, figlio di Antonio e residente in viale Famagosta 2, lavorava alle Officine Tallero. Appartenente alla 113a Brigata Garibaldi SAP, è stato insignito della Medaglia di Bronzo e riconosciuto con Diploma Alexander 227347. Va evidenziato il fatto che Idelio cresce nelle case popolari intorno a Piazza Miani (allora si chiamava Piazzale Predappio) dove, insieme ad altri ragazzi, comincia in maniera autonoma a svolgere piccole azioni (scritte, volantini, ecc...) contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Entreranno presto, con altri partigiani, a far parte del primo nucleo dell’8° Distaccamento Barona della 113a Brigata Garibaldi. Oltre al Cippo, una lapide lo ricorda dove abitava, in viale Famagosta. 

Giovanni Paghini “Spartaco”.  1927-1945.  Nato a Opera (MI) il  5/5/1927, da Santo e Maria Modesti, risiedeva in via Chiesa Rossa 113. Milano. Operaio nella fonderia Stabilini, apparteneva alla 113a Brigata Garibaldi SAP. Diploma Alexander 227353. Una lapide lo ricorda anche dove abitava. 


Domenico Bernori. 1924 - 1945.  Nato a Milano il 20/3/1924, da  Luigi e Angela Panigada, abitava in via Neera 11. Milano.  Di professione meccanico, apparteneva alla 113a Brigata Garibaldi SAP. Medaglia di Bronzo per attività Partigiana, una lapide lo ricorda anche dove risiedeva.  





 

17 febbraio 2021

I fascisti... Italiani brava gente. - Il 19 febbraio del 37...

I fascisti... Italiani brava gente. - Il 19 febbraio del 37... 
La strage compiuta dagli italiani, civili e militari, sulla popolazione inerme di Adis Abeba costituisce uno degli esempi più brutali della sanguinosa storia della dominazione coloniale in Africa. E una delle più criminali imprese realizzate dai nostri concittadini nella già vergognosa occupazione dell’Etiopia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il governo etiopico riferì che erano stati massacrati 30.000 cittadini nella strage di Adis Abeba [1]. Tra le testimonianze italiane di quell’orrore, iniziato il 19 febbraio 1937, c’è quella di Antonio Dordoni:
«Nel tardo pomeriggio, dopo aver ricevuto disposizioni alla “Casa del Fascio”, alcune centinaia di squadre composte da camice nere, autisti, ascari libici, si riversarono nei quartieri indigeni e diedero inizio alla più forsennata “caccia al moro” che si fosse mai vista. In genere davano fuoco ai tucul e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di sfuggire a i roghi […]. Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un solo colpo durante tutta la guerra e che ora rivelava rancori ed una carica di violenza insospettata».

Nel 1935, l’Italia, già detentrice di tre colonie in Africa – la Somalia, l’Eritrea, che era stata una regione dell’Impero Etiope, e la Libia, decise che era arrivato il momento di invadere l’Etiopia. Mussolini voleva dare agli italiani «un posto al sole», della terra da colonizzare e un vero e proprio impero coloniale. Così, il 3 ottobre 1935, senza far precedere l’attacco da una dichiarazione di guerra, si era scagliato contro l’impero etiope. Aveva rovesciato un’onda immensa di orrore sulla popolazione di quello stato, che, dal 1923, faceva parte della Società delle Nazioni e che, insieme alla Liberia ed era l’unica porzione di Africa non soggetta alla dominazione europea. Pur facendo da subito ricorso anche ai gas tossici (iprite) banditi dalla Convenzione di Ginevra del 1925, le truppe italiane, dopo 7 mesi, non erano riuscite a sottomettere totalmente gli etiopi. Ma il 5 maggio del 1936 il maresciallo Pietro Badoglio riusciva ad entrare in Adis Abeba senza combattere. L’imperatore etiope Hailè Selassiè, tre giorni prima, l’aveva abbandonata, andando in esilio. E il 9 maggio Mussolini annunciava dal balcone di Palazzo Venezia alla folla esultante che «i territori e le genti che appartennero all’impero d’Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia». Era una menzogna, ovviamente. Come era menzognera e grottesca nella sua pretesa solennità quanto scriveva Raffaele Carrieri, il 17 maggio, su L’illustrazione italiana: «Dopo quindici secoli Mussolini ha ridato a Roma il suo impero immortale».

In realtà, gli etiopi erano tutt’altro che sottomessi e l’Etiopia tutt’altro che occupata. Due terzi del suo territorio restavano liberi. E 100.000 uomini dell’esercito imperiale etiope erano ancora ancora attivi. Di fatto, i 10.000 soldati italiani installati ad Adis Abeba erano sotto assedio [2].
Tra il 5 e l’8 luglio di quel 1936, Benito Mussolini ordinava espressamente, per iscritto, mediante telegramma, al nuovo viceré, governatore generale e comandante delle truppe d’Etiopia, Rodolfo Graziani, di uccidere tutti i ribelli già catturati, di ammazzare i resistenti, facendo ricorso ai gas, e di attuare una politica di terrore e sterminio [3]. Ma le esecuzioni sommarie, le rappresaglie con i gas (60 tonnellate di bombe caricate a iprite e fosgene), gli incendi di interi villaggi, chiese incluse, le deportazioni di massa,
Mussolini era impaziente. Autorizzava a «condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma».
Il fatto è che il duce aveva promesso al popolo italiano che l’immenso territorio etiope sarebbe diventato rapidamente una colonia di ripopolamento, in cui avrebbe insediato da 1 a 10 milioni di italiani. Nei cinque anni di occupazione fascista, invece, si stabilirono in Etiopia solo 3.500 famiglie, su appena 114.000 ettari. Gli etiopi, pur divisi tra loro, non si rassegnavano a cedere le loro terre a questi sanguinari invasori. Nella capitale etiope la situazione era tesissima. Gli etiopi piangevano per i loro cari uccisi dagli italiani, pregavano per famigliari e vicini finiti nelle prigioni italiani ed erano in ansia per quei giovani che, per ordine di Mussolini, fin dal 3 maggio, dovevano essere presi e fucilati sommariamente [4]. Due giovani studenti di origine eritrea (Abraham Dobotch e Mogus Asghedom), con l’aiuto di un tassista, Semeon Adefres, il 19 febbraio del ’37 realizzarono l’attentato che avevano preparato [5]. In occasione di una cerimonia per la nascita del primogenito del principe Umberto di Savoia, i due eritrei, si introdussero di nascosto nel palazzo del piccolo Ghebì. Dalla balconata, scagliarono otto bombe di limitato potenziale tipo Breda, sul vicerè Graziani e sulle autorità italiane ed etiopiche, che gli stavano attorno sulla scalinata sottostante il balcone. L’esito fu di sette morti e circa 50 feriti, tra cui lo stesso Graziani, trafitto da 350 schegge [6]. Il federale fascista di Adis Abeba, Guido Cortese, obbedendo ad un telegramma di Mussolini, di provvedere ad «un radicale ripulisti», provvedeva alla rappresaglia: un massacro raccapricciante per le strade e nelle case etiopi di Adis Abeba.«Inutile dire che la rappresaglia si compie su gente ignara e innocente» Così raccapricciante che il giornalista Ciro Poggiali nel suo diario segreto scriveva:
«Tutti i civili (italiani) che si trovano in Adis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico “squadrismo fascista”. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada […]. Inutile dire che la rappresaglia si compie su gente ignara e innocente» [7].

Accanto a quella condotta dai civili italiani contro la popolazione inerme (che era anche derubata dei pochi denari e averi che possedeva), veniva svolta anche quella, appena più organizzata, dei militari. Questi rinchiudevano 4.000 etiopici in improvvisati campi di concentramento e incendiavano i vasti agglomerati di tucul che fiancheggiavano due fiumi che attraversavano la città. La mattina dopo Alfredo Godio osservava «cumuli di cadaveri bruciati» e il transito di camion «sui quali erano accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi di abissini uccisi».
«Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Adis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano», scrisse un altro testimone italiano, Dante Galeazzi.
Saputo che i diplomatici stranieri, con le loro macchine fotografiche, documentavano le atrocità in corso, il viceré Graziani, dal suo letto di ospedale, ordinava la cessazione delle rappresaglie [8]. Quelle dispiegate dai civili e dalle camicie nere, quindi, furono interrotte dalle ore 12 del 21 febbraio. Non si fermò, però, il bagno di sangue [9].
Mussolini, infatti, scrisse a Graziani che nessuno dei fermati attuali o venturi doveva essere rilasciato senza suo ordine, mentre «tutti i civili e i religiosi etiopi sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi».
Il 22 febbraio Graziani scriveva a Mussolini: «In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni, con ordine di passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici, che le case relative fossero incendiate. Sono state, di conseguenza, passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul» Poiché l’avvocato militare Bernardo Olivieri aveva riferito, falsamente, che l’attentato a Graziani era stato ordito da un vasto complotto in cui avrebbero avuto un ruolo fondamentale i cadetti della Scuola militare di Olettà (mentre, in realtà, era stato compiuto da due studenti eritrei, con l’aiuto di un tassista), il 21 febbraio il viceré riferì a Mussolini: «Duce, questa mattina sono stati passati per le armi 45 fra notabili e gregari risultati colpevoli manifesti dell’attentato del 19 febbraio» [10]. Il 22 febbraio venivano assassinate altre 26 persone. La logica era quella di eliminare i giovani ufficiali, gli ancor più giovani laureati negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, nonché gli alti funzionari governativi e i collaboratori più validi dell’imperatore Hailè Selassiè. Per liquidare la classe dirigente etiope, Mussolini approvò la proposta di Graziani di deportare in Italia i notabili ancora imprigionati dal 19 febbraio nei sotterranei del palazzo del viceré [11]. Così in due tranche furono deportati in Italia, sull’isolotto dell’Asinara, 400 aristocratici etiopi, inclusi alcuni bambini e delle donne. Mentre quelli di livello inferiore erano rinchiusi nei campi di concentramento di Nocra, in Eritrea, e di Danane, in Somalia. La metà sarebbe morta di malattia o di denutrizione [12]. Il Gran Consiglio Fascismo nella seduta del 2 marzo espresse la sua piena approvazione per i massacri perpetrati. Il comunicato, pubblicato anche sul Corriere della Sera del giorno dopo, diceva:
«Il Gran Consiglio del fascismo ha infine inviato un cameratesco saluto e un fervido augurio al viceré maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, nella certezza che egli saprà applicare la giusta, ma inflessibile legge di Roma, e ha tributato un particolare elogio ai fascisti e agli operai italiani di Addis Abeba per il contegno da essi tenuto dopo l ’attentato» [13]. Il peggio per gli etiopi doveva ancora arrivare.

Alberto Quattrocolo in Me.Dia.Re.  http://www.me-dia-re.it/la-strage-di-adis-abeba-una.../ 


[1] La stampa americana, francese e inglese dell’epoca parlava di circa 6.000 etiopi uccisi ad Adis Abeba dal 19 al 21 febbraio 1937. Angelo Del Boca stima circa in 3.000 le vittime dei primi tre giorni di violenze ad Addis Abeba, come l’inglese Anthony Mockler. Lo storico Giorgio Rochat ipotizza che la cifra potrebbe essere più alta e arrivare a 6.000 vittime, come farebbero pensare le carte del “Fondo Graziani”.
[2] Badoglio, conoscendo la rischiosità delle situazioni si faceva richiamare in Italia, lasciando il posto al più giovane e ambizioso maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, che il 20 maggio veniva nominato viceré d’Etiopia, governatore generale e comandante superiore delle truppe.
[3] Graziani non aveva alcuna riserva nel dare esecuzione a tali ordini. La sua disponibilità al massacro si era già palesata eloquentemente in Libia.
[4] «Siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopici», aveva ordinato il duce, riferendosi a quelli che l’imperatore Hailè Selassiè, negli anni precedenti l’invasione italiana, aveva mandato a studiare e a laurearsi all’estero e ai cadetti della scuola militare di Olettà.
[5] I due eritrei lavoravano negli ambienti governativi di Addis Abeba, anzi erano informatori dell’Ufficio Politico di Graziani. Proprio per questo, oltre che per la fama di collaborazionismo che avevano gli eritrei in genere, non avevano contatti con i notabili abissini né con i “giovani etiopici”.
[6] Subito dopo, i due studenti, approfittando del caos, raggiungevano il taxi di Semeon Adefres e si dirigevano verso la città conventuale di Debrà Libanòs. Poi da lì tentavano di fuggire in Sudan, venendo, però, misteriosamente uccisi nel viaggio. Mentre l’autista, arrestato, veniva torturato a morte dagli agenti dell’Ufficio Politico di Adis Abeba.
[7] Non sfuggiva alla violenza omicida neppure la chiesa di San Giorgio (costruita ai tempi di Menelik da un ingegnere italiano, Sebastiano Castagna), che veniva data alle fiamme e dentro la quale i civili italiani volevano far bruciare vivi, spingendoceli a scudisciate, una cinquantina di diaconi. Fu solo l’intervento di un colonello dei granatieri ad impedire questo ulteriore crimine.
[8] Graziani decise di arrestare i massacri anche, se non soprattutto, per dimostrare a Mussolini di avere in mano la situazione – malgrado le ferite che lo trattenevano in ospedale (aggravate da una polmonite provocata dall’anestesia a etere) – e per impedire che il federale Cortese acquistasse troppa notorietà.
[9] Il federale Cortese, allora, faceva diffondere un manifesto con il bollo della “Federazione dei fasci di combattimento” di Adis Abeba che iniziava così: «Camerati! Ordino che dalle 12 di oggi 21 febbraio XV (cioè quindicesimo anno della “rivoluzione fascista”, NdA) cessi ogni e qualsiasi atto di rappresaglia». Riguardo a quell’ordine Dordoni scrisse: «Lo lessi e lo rilessi. Non credevo ai miei occhi. Non credevo che dopo una simile strage si potessero mettere in giro documenti del genere, che erano una palese autodenuncia».
[10] Il tenente colonnello Princivalle suggerì a Graziani di mostrare una certa clemenza verso i notabili che avevano collaborato con il governo italiano, per «non ingenerare la convinzione che noi trattiamo allo stesso modo coloro che ci servono e coloro che ci tradiscono». Ma Graziani, seguendo il criterio base della rappresaglia, per il quale del gesto di uno deve pagare tutta la comunità cui appartiene, continuò nella sua spietata politica repressiva. Così rispose, per iscritto, a Princivalle, il capo del suo Ufficio politico: «fatti del genere si reprimono non solo colpendo gli esecutori, ma colpendo la collettività nella quale è sorta l’idea e nella quale vivevano i colpevoli».
[11] Mussolini approvò tale idea, dopo aver respinto la proposta di Graziani di distruggere tutta la parte di Adis Abeba abitata dagli etiopi e deportarne gli abitanti in campi di concentramento. Scrisse Graziani: «Debbo pertanto giungere alla decisione di proporre di radere al suolo la vecchia città indigena e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento fino a che essa non si sarà ricostruita le sue abitazioni. Ne faccio pertanto formale proposta mentre mi riservo rimettere i preventivi dei teli da tenda necessari e tutto il resto[…]. D’altra parte io non posso mitragliare in massa o dare alle fiamme l’intera città, non potendo non preoccuparmi delle ripercussioni all’estero. Invoco pertanto che tutti provvedimenti proposti siano approvati perché possa darvi immediata attuazione. Prego massima urgenza risposta per non tenere più questo puzzolente carnaio [i duecento notabili arrestati] ammassato nei locali del governo generale». Il duce replicò a Graziani che ciò «solleverebbe nel mondo una impressione sfavorevolissima e non raggiungerebbe lo scopo».
[12] Diversi esponenti abissini di provata fedeltà, dopo essersi congratulati con Graziani per lo scampato pericolo, gli consigliarono moderazione nelle rappresaglie per non alienare al dominio italiano le simpatie della popolazione. Graziani interpretò il loro atteggiamento come una prova della loro collusione con gli attentatori e ne ricambiò i cortesi consigli facendoli deportare in Italia.
[13] Lo stesso giorno Starace in un telegramma scriveva al federale Cortese di Adis Abeba: «Mi compiaccio moltissimo con te e con i fascisti tutti». Interessanti sono anche i comunicati dell’agenzia Stefani sulla stampa quotidiana del 22 febbraio («squadre di fascisti hanno ripulito quartieri sospetti della capitale») e del 24 febbraio (tutti gli indigeni «trovati in possesso di armi sulla persona e nei loro tucul sono stati fucilati»).
Fonti:
Angelo Del Boca, L’attentato a Graziani, in Gli italiani in Africa Orientale – 3. La caduta dell’Impero, Mondadori, Milano, 1996, in http://www.italia-resistenza.it/.../RAV0053532_1998_211...
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Neri Pozza, Vicenza, 2014
Angelo Del Boca, Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze, in “Italia contemporanea”, settembre 1998, n. 212
Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari Editore, Udine, 2009
Giorgio Rochat, L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia nel 1936-1937, in “Italia contemporanea”, 1975, n 118, pp. 3-38. in http://www.italia-resistenza.it/.../RAV0053532_1975_118...



16 febbraio 2021

Chi era Piero Gobetti?

Chi era Piero Gobetti? 

19 giugno 1901 Torino. Assassinio 15 febbraio 1926 Parigi Francia. Qui in foto con il suo amore Ada, chi va a Parigi passi a trovarlo al Cimitero del Perè-Lachaise.

https://www.anpi.it/donne-e-uomini/761/piero-gobetti



08 febbraio 2021

La Lapide di Adriano Pogliaghi.

Ci fa rabbia, ci indigna ogni lapide martoriata, perché aggiunge oltraggio allo strazio di quelle morti ingiuste ma eroiche.
Ci fa bollire il sangue nelle vene perché l'odio continua ad essere il motore di queste azioni, un odio che viene tramandato, propagandato da gente meschina a gente ignobile.
Ma pensate forse di intaccare così il loro ricordo? Pensate forse che la nostra memoria diminuisca? Credete forse di spaventarci?
Il ricordo diventa ogni volta più grande, la nostra memoria ogni volta più solida e il nostro coraggio sempre più forte.
E non è retorica ma un dato di fatto: voi spaccate una pietra, noi raccontiamo chi era il nome su quella pietra e se qualcuno ancora non conosceva la sua storia ora la scoprirà e si aggiungerà a noi che già ricordiamo.
Questa volta è toccato ad Adriano Pogliaghi, un ragazzo ucciso a Mauthausen a soli 22 anni. Un uomo coraggioso che entrò nel movimento socialista clandestino fin dal novembre 1943, senza temporeggiare, pronto a cacciare gli invasori nazisti e a distruggere la dittatura fascista.
Un uomo forte, così tanto da riuscire a divellere un binario dei tram durante i grandi scioperi del marzo '44, insieme ad altri compagni.
Fu proprio questa azione la causa del suo arresto che viene tramutato in arruolamento forzato nella Marina avendo lui obblighi di leva. Ma Adriano non vuole combattere per i nazifascisti. Scappa e torna a Milano a lottare con le squadre giovanili Socialiste.
La lotta comporta rischi. Questo Adriano lo sa bene. Viene arrestato nuovamente e, dopo in breve ma duro periodo a San Vittore, viene inviato a Mauthausen dove sarà ucciso poche settimane prima della liberazione del campo.
Nessuno di coloro i quali ha dato fuoco alla corona e danneggiato la lapide per Adriano vale anche soltanto un'unghia di questo Partigiano...eppure lui ha combattuto anche per la loro libertà.
Ma i grandi si sa, sono sempre magnanimi specie verso i vigliacchi. 
- Lapide di Via Segneri 8 nel quartiere Giambellino in Milano.



ANPI Barona 2021... Caro Socio, cara Socia.

Cara Socia, caro socio. Ringraziandoti per la tua attenzione e per il tuo sostegno anche in questo difficile momento sospeso, ti informiamo che oltre; bonifico e spedizione postale, la tessera ANPI 2021 si può ritirare anche in presenza presso l’edicola di Nicola, Viale Cogni Zugna, angolo Via Solari, di fianco al Cinema Orfeo in Milano tutte le mattine, il costo è rimasto quello dell’anno passato, euro 19. Speriamo inoltre al più presto di poter riaprire anche la Sezione il mercoledì sera, oppure la domenica mattina, ma in tal caso ve ne daremo immediata comunicazione. Nel frattempo abbiamo implementato la nostra comunicazione virtuale, oltre il nostro storico Blog:https://anpibarona.blogspot.com  - la pagina Facebook: https://www.facebook.com/ANPIBaronaMilano - la pagina Instagram: anpi_barona_milano - la pagina Twitter: @AnpiBarona - L’indirizzo di posta via email ufficiale è sempre: anpibarona@fastwebnet.it e il nuovo numero telefonico della Sezione è: 351 7994902.   Esiste anche una lista Broadcast Whatsapp, su cui solo con una vostra richiesta possiamo inserirvi per  ulteriori comunicazioni. (Richieste via email).  Da come leggete i percorsi comunicativi e i contatti tra noi sono da sempre “sale” necessario ed utile, i ragionamenti sono sempre aperti, non abbiate timore a chiedere, proporre, intervenire, NOI ci siamo, ancor più quest’anno che sarà un anno particolare... tutta ANPI sta lavorando ai Congressi che si tengono ogni 5 anni, Congressi di Sezione prima, poi Provinciali ed infine del Nazionale. Ed anche noi ci stiamo preparando al nostro congresso, che se tutto andrà bene si terrà nel mese di maggio. Nuove idee, progetti, aspettative, nuovi Dirigenti... sono aperte le discussioni. ANPI c’è, NOI ci siamo.  - Il mio più forte abbraccio Resistente a tutti voi, a presto. Ivano Tajetti.                          

25 gennaio 2021

La Legge: Istituzione del "Giorno della Memoria".

Legge 20 luglio 2000, n. 211

"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.

1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.

1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

ANPI Cinisello Balsamo - Giorno della Memoria 2021.




 

24 gennaio 2021

NON DIMENTICHIAMO... 27 Gennaio 2021


GIORNO DELLA MEMORIA 2021 - ANPI BARONA MILANO.

I Partigiani della Barona e del Giambellino, deportati politici uccisi nei campi di concentramento. 

Noi NON dimentichiamo. Più di novanta i nominativi sulle lapidi Partigiane della Barona e del Giambellino/Lorenteggio, riportiamo qui la storia di nove di loro che terminarono la loro breve vita nei campi di concentramento nazifascisti. Uccisi tra fame, indicibili sofferenze, strazianti torture, malattie e violenze, morti per ideali di libertà, morti per la Resistenza del bene contro il male assoluto. Non dimentichiamoli. 


Dal Corriere della Sera, 27 maggio 1945. 

“Un appello del prefetto per gli internati di Mauthausen e Dachau. Il prefetto di Milano ing. Riccardo Lombardi ha fatto una importante comunicazione riguardante i prigionieri politici italiani in Germania. Egli ha detto:

Una delegazione dei campi di “eliminazione” di Mauthausen e di Dachau è giunta ieri a Milano. Dei prigionieri politici italiani ivi detenuti l’85 per cento è perito. I superstiti, circa 1500, sono tuttora, a differenza degli internati francesi, belgi, olandesi, cechi, polacchi, russi e anglo-americani, chiusi nei campi e versano in gravissime condizioni fisiche. Ogni giorno parecchi di essi soccombono alle malattie e allo stato di sfinimento portato dalle sevizie e dalle privazioni a cui sono stati sottoposti. E’ urgente il rientro in patria di questi nostri fratelli per i quali è stata predisposta ogni assistenza. E’ mancato finora il consenso delle autorità alleate competenti che sono a quanto sembra, il Comando generale alleato nel Mediterraneo. Chiediamo di essere autorizzati a spedire una colonna di automezzi a prelevare questi infelici nostri confratelli e portarli a Milano, dove essi avranno ogni possibile cura. Questo rientro non pregiudica il divieto provvisorio stabilito dalle autorità alleate per il ritorno delle centinaia di migliaia di ex-internati italiani, per i quali continua a valere il piano fissato. Migliaia di famiglie e tutto il popolo italiano attendono con angoscia la decisione degli alleati. A nome del popolo italiano facciamo un caloroso appello al Governo britannico e al Governo americano affinché vengano date immediate istruzioni ai Comandi militari competenti di autorizzare il rientro a Milano dei superstiti dei campi di “eliminazione” di Mauthausen e Dachau”.

Il prefetto ha ribadito la necessità di provvedere sollecitamente al rimpatrio degli italiani internati nel campo di Mauthausen anche in un telegramma inviato al Maresciallo Alexander. 


Bossi Luigi - Milano 23/11/1922 - Ebensee 23/04/1945.  - Cippo di Via Moncucco di Via Moncucco 29. Nato a Milano in Via Chiesa Rossa 67, abitava in Via Moncucco 38 di professione Operaio Saldatore. Partigiano nelle Brigate Matteotti dal 1/1/1944. Arrestato per attività sovversive il 13/12/1944, veniva deportato nel lager di Bolzano e da li tradotto il 1/2/1945 in Germania nel campo di concentramento di Mauthausen e poi in quello di Ebensee, dove moriva a soli 22 anni tra stenti, torture e supplizi il 23/04/1945. 

Cimini Guido - Napoli 14/03/1889 - Dachau 6/2/1945. - Lapide di Via Biella 30 (Abitazione). Guido Partigiano nella Brigata volante “Aldo Oliva” della Divisione Ticino. Nato a Napoli, antifascista dalle sue origini si trasferisce a Milano con la famiglia in cerca di lavoro, viene catturato dai fascisti nel settembre del 1944, incarcerato a San Vittore e poi passando dal lugubre binario 21 della Stazione Centrale di Milano, viene deportato nel campo di concentramento di Dachau dove viene ucciso a 46 anni di vita il 6 febbraio 1945. 

Giovanni 25/2/1925-3/5/1945; 20 anni e Pietro Negri 27/3/1906-5/10/1944; 38 anni. Abitavano in via Lodovico il Moro 135 dove li ricorda una Lapide “Nei campi di eliminazione sacrificarono la fiorente giovinezza alla libertà”. Partigiani combattenti, appartenevano alla 113ª Brigata Garibaldi SAP: Giovanni dall’8 settembre 1943, Pietro dal 26 luglio 1943. (Diplomi Alexander 227352 e 229780) Furono arrestati alla Cascina Beldiletto in Barona con l’accusa di occultare armi e munizioni. Vennero deportati in Germania nel campo di concentramento di Mauthausen. Secondo le schede della Federazione Comunista Milanese, sezione “Antonio Gramsci”, i due fratelli vennero arrestati in piazzale Baracca, su denuncia di certo Bortolotti Giovanni, il 30 novembre 1943. Pietro morì a Mauthausen il 5 ottobre 1944, quasi un anno dopo il suo arresto. Giovanni due giorni prima della liberazione del campo.  (Da un verbale della 113ª Brigata Garibaldi SAP veniamo a conoscenza delle gravi conseguenze della delazione di Giovanni Bortolotti. “Costui, al soldo dei fascisti, denunciava i cittadini combattenti, e non, sospettati di tramare contro lo status quo. A seguito di tale atto trovarono la morte 6 giovani della nostra zona, sorpresi mentre erano riuniti per organizzare un’operazione di guerriglia in uno scantinato di via Ludovico il Moro ed arrestati il 4 agosto 1944. (Giovanni e Pietro Negri, Vittorio Morneghini, Giuseppe Frazzei, Francesco Migliavacca e Luciano Paschini). “Furono arrestati tutti e portati al carcere di San Vittore dove vennero pesantemente torturati al fine di ottenere i nomi dei loro compagni d’azione, ma nessun nome venne fatto.”

Vittorio Morneghini. Milano il 5/6/1922. Gusen 1/4/1945. Lapide presso la sua abitazione Via Lodovico il Moro 135, con i Partigiani Negri Giovanni e Negri Pietro. Di professione  Operaio Meccanico, Partigiano combattente 113° Brigata Garibaldi SAP. dal 17/03/1944. Catturato per delazione durante un’azione di disarmo in Via Vigevano, Milano il 4/8/1944, incarcerato a San Vittore e deportato a Mauthausen il 17/8/1944  e poi ucciso nel sotto campo di Gusen il 1/04/1945. 

Luigi Corradini.  Milano 1/6/1908 – Gusen 10/4/1945. Lapide dove abitava in via Parenzo 8. Operaio Meccanico. Partigiano 114ª Brigata Garibaldi Sap dal gennaio 1944. Viene arrestato dai nazifascisti il 18 marzo 1944 e deportato a Gusen dove è ucciso tra stenti e malattie a 36 anni.

Vittorio Malandra. Milano26/6/1894 – Mauthausen 22/4/1945. Abitava in viale Famagosta 4, dove una lapide ricorda il suo sacrificio  Partigiano nella 128° Brigata Garibaldi SAP operante a Sesto San Giovanni, dove lavorava alla Breda come Operaio verniciatore. Viene arrestato a casa sua la notte del 14 marzo 1944, in uno dei maggiori rastrellamenti eseguiti dai fascisti repubblichini in seguito agli scioperi avvenuti nelle fabbriche milanesi e dell’hinterland all’inizio del mese. Quella notte furono 63 gli operai catturati. La Breda fu una delle fabbriche più colpite con un totale di 125 arrestati di cui 121 deportati. Malandra prima incarcerato a San Vittore viene poi portato a Bergamo alla caserma Umberto I. Da qui partì il 17 marzo 1944 per Mauthausen con il trasporto n. 34. Arrivò nel campo di concentramento dopo 3 giorni di viaggio, numero di matricola: 58958. Rimase in vita per più di un anno fino al 22 aprile 1945. Morì ucciso a 51 anni.

Federico Fossati. Milano 12/9/1912 –  Mauthausen 18/4/1945. Abitava in via Apuli 1. Giambellino, Milano. Federico è ricordato nella lapide collettiva di Via Segneri.  Partigiano nella 113° Brigata Garibaldi SAP dal 10 febbraio 1944. (Diploma Alexander 233568)  Lavorava alla C.G.E. in qualità di Elettrotecnico. Viene arrestato come “misura preventiva” anche a causa di un odio personale con uno squadrista fascista della zona (detto “Ciuffolo”), trasferito al carcere di Verona e poi mandato a Mauthausen dove giunge il 13 marzo 1944, numero di matricola 57630.  Viene più volte trasferito, una vera e propria “via Crucis” tra soprusi e torture tra vari sottocampi, tra cui St. Lambercht, una fattoria delle SS dove il lavoro era estremamente duro. Rientrò a Mauthausen il 15 maggio del 1944 ma già il 21 settembre veniva mandato a Gusen a lavorare negli impianti sotterranei di produzione degli armamenti. Il 6 marzo 1945, in pessime condizioni, viene portato al campo principale, nel Sanitaslager dove morì, ucciso poche settimane prima della liberazione, Aveva 33 anni. 

Adriano Pogliaghi. Milano 25/11/1923 –  Gusen 19/4/1945.  Abitava in via Segneri 8. Lapide collettiva di Via Segneri e lapide presso la sua abitazione. Partigiano combattente in varie formazioni Matteotti. Squadre d’Azione giovanili P.S.I. e Brigata Cucciniello. Diploma Alexander n° 230297.  Fin dal novembre 1943 entra a far parte del movimento clandestino Socialista, Capo settore della zona S. Cristoforo – Barona e, contemporaneamente, agisce come uomo di collegamento con le Brigate del Varesotto.  E’ tra i più attivi durante il grande sciopero del marzo 1944, motivo per cui viene arrestato: Aveva sabotato con altri  compagni Partigiani (Arrigo Veneri, Angelo Doninotti e Paolo Barbieri) un lungo tratto della linea tranviaria tra Via Biella e il naviglio Grande in Barona. Avendo obblighi di leva viene mandato al comando militare della Marina da dove riesce ad evadere.  Tornato a Milano riprende con ancora più fervore la lotta contro il nazifascismo, nuovamente arrestato e deportato, dopo un periodo trascorso nel carcere di San Vittore, a Mauthausen dove morì ucciso a soli 21 anni.


23 gennaio 2021

Elio Gallo sempre con NOI... i suoi libri, il suo pensare.


 













Ringraziando il Papà Cosimo e il Fratello Andrea, per la donazione di tutta la biblioteca del nostro Caro Elio Gallo, che ci ha prematuramente lasciato il passato anno.  - Il nuovo timbro ElioGallo ANPIBarona  per tutti i libri della nostra biblioteca di Sezione. Elio sarà sempre con noi... 

il "nostro" vaccino contro il fascismo. La tessera ANPI 2021.

Le prime dosi 2021 del nostro vaccino sono arrivate. Cosa aspettate a vaccinarvi contro fascismo, razzismo e le idiozie del pensiero? E per chi è lontano bonifico e spedizione postale. anpibarona@fastwebnet.it 



I me cìamava per nome: 44.787...

I me ciamava per nome: 44.787 – in streaming

In occasione del Giorno della Memoria Teatro della CooperativaANEDANPI e Istituto Nazionale Ferruccio Parrisaranno promotori di un’importante iniziativa.

A partire dal pomeriggio del 27 gennaio verrà messo a disposizione gratuitamente in streaming lo spettacolo di Renato Sarti I me ciamava per nome: 44.787 – Risiera di San Sabba, nato dalla raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti e delle deposizioni dei carnefici per raccontare l’orrore dell’unico lager nazista in Europa munito di forno crematorio situato all’interno di una città (Trieste), dove furono assassinate tra le duemila e le cinquemila persone, per la maggior parte civili.



Perché ANTIFASCISTI oggi... Le Sezioni ANPI Val di Susa e Torino.


 

Italiani brava gente..?




 

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