07 marzo 2021

I Partigiani della Barona: Il Cippo del Ronchetto sul Naviglio.


 

















Cippo della Battaglia "Ronchetto sul Naviglio"                                                                               Giardinetto di Via Lodovico il Moro 187 Milano

Tre  Partigiani: Idelio Fantoni. Giovanni Paghini. Domenico Bernori.

Nella notte del 25 aprile 1945 a Ronchetto sul Naviglio, al confine tra Milano, Buccinasco e Corsico, arriva da Vigevano una colonna di camion e automobili di fascisti e nazisti. A sorvegliare la zona un gruppo di 15 partigiani, stanchi e male armati. Lo scontro è immediato. Poco più tardi arrivano i rinforzi che prendono il nemico di fianco. Il nemico è costretto a fermarsi. 

Ma tra i partigiani ci sono feriti e morti: Domenico Bernori, Giovanni Paghini. Idelio Fantoni è ferito gravemente e viene subito portato, insieme ad altri, nella cripta della chiesa di Santa Rita dove, segretamente era stata allestita un’infermeria per i partigiani. Ma per Idelio non c’è più niente da fare. 

 

Idelio Fantoni, nato a Milano il 14/07/1927, da Antonio. Abitava in viale Famagosta 2 e lavorava alle Officine Tallero. 

Appartenente alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. E’ stato insignito della Medaglia di bronzo e riconosciuto con Diploma Alexander 227347.

Idelio crebbe nelle casi popolari intorno a piazza Miani (che allora si chiamava piazza Predappio) dove, insieme ad altri ragazzi, cominciò in maniera autonoma svolgere piccole azioni (scritte sui muri, volantini…) contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Tutti entreranno presto, con altri partigiani, a far parte dell’8° Distaccamento Barona della 113ª Brigata Garibaldi. 

Una lapide lo ricorda anche dove abitava in Viale Famagosta 2.

 

Giovanni Paghini “Spartaco” nato a Opera (Mi) il 5/05/1927, da Santo e Maria Modesti, risiedeva in via Chiesa Rossa 113. 

Lavorava come operaio nella Fonderia Stabilini. Appartenente alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. Diploma Alexander 227353. Medaglia di Bronzo.

Una lapide lo ricorda anche dove viveva. 

 

Domenico Bernori, nato a Milano il 20/03/1924, da Luigi e Angela Panigada, abitava in via Neera 11.

Di professione meccanico, apparteneva alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. Insignito della Medaglia di Bronzo per la sua attività partigiana.

Una lapide lo ricorda anche dove abitava.


"La serata del 25 aprile 1945, nella zona del Naviglio Grande, "Luigi Maradini, comandante della 113ª brigata Garibaldi Sap, ordina il blocco della nazionale per Alessandria all'altezza di Ronchetto sul Naviglio: una sessantina di garibaldini con solo 5 mitra, dieci moschetti, una decina di bombe a mano e «numerosissime rivoltelle non completamente cariche». Sopraggiunge, puntando sulla città, una forte autocolonna tedesca che viene investita da lancio di bombe a mano e raffiche di mitra. Ne nasce un violento scontro che si protrae per un'ora finché, esaurite le munizioni, i partigiani devono ritirarsi. Anche la colonna germanica fa marcia indietro dirigendo verso Corsico e poi verso Baggio. I tedeschi lasciano sul terreno diversi morti tra cui due ufficiali. Nel combattimento sono caduti i garibaldini Domenico Bernori, Idelio Fantoni e Giovanni Paghini" Verbale in originale 113° Brigata Garibaldi. 

 

I nazisti scampati allo sbarramento tornano verso Corsico per tentare di entrare in città passando per Cesano Boscone o Baggio, ma le staffette avevano avvertito tutte le bande della zona e in ogni strada vengono attaccati dagli uomini e dalle donne della Resistenza, per venire fermati definitivamente dalla 112a brigata Garibaldi e dai gruppi della Matteotti."




 















Fantoni Idelio 








































Paghini Luciano 




































Bernori Domenico 


















"Una quindicina di partigiani, stanchi, assonnati e male armati, corrono a perdifiato incontro al male. Ci sono solo prati, qualche albero, il Naviglio indifferente che scorre piano piano, il ponte lì davanti. E alle spalle la vecchia scuola. Poi solo buio e silenzio, ma in lontananza ecco le prime urla, i primi rumori di motore. Scoppia la prima bomba a mano e il cielo si riempie di lampi e tuoni, si spara con tutto quello che si ha, si urla con tutto il fiato in gola: “Maledetti, di qui non passate”. Arrivano i rinforzi, adesso sono quasi in ottanta a urlare, sparare, qualcuno è di là del ponte, e prende i nazisti di fianco. E la colonna si ferma, sullo spiazzo della vecchia “gabella” si odono i lamenti dei feriti. Il sangue comincia a gocciolare nell’acqua del Naviglio. Muoiono lì tra la prima erba di primavera, tra le prime stelle che annunciano la libertà, tre ragazzi: Domenico Bernori di anni 21, Giovanni Paghini di anni 18, Idelio Fantoni di anni 18, che dapprima ferito gravemente viene portato insieme ad altri feriti alla cripta della chiesa di Santa Rita, dove segretamente era stato allestito un punto di pronto soccorso per gli antifascisti. I padri Agostiniani oltre che nascondere armi e uomini, li nei sotterranei della chiesa prestavano la loro opera di conforto medico da parecchi mesi, aiutati da un giovane partigiano e studente di medicina: Mario Migliavacca, che divenne poi apprezzato medico condotto di zona, e che aveva appena finito di piangere la morte di suo fratello Francesco Migliavacca di 20 anni, fucilato dai fascisti al Giambellino l’8 aprile del 1945. Il Padre Agostiniano Luigi Binaschi della chiesa di Santa Rita, fu persino arrestato dalla Muti per la sua attività antifascista e incarcerato a San Vittore. Tre sono feriti gravi: Paolo Mignosi, Antonio Befana, e Scipione Grossi, che cerca scampo gettandosi nelle acque del Naviglio, nuotando fino all’altezza della Cooperativa Ferrera, dove viene tratto in salvo e portato nella sua abitazione, non molto lontana, dove gli vengono prestate le prime cure. Oltre alle carcasse di diverse vetture blindate, sul luogo del tremendo combattimento rimangono i corpi senza vita di numerosi tedeschi, fra cui due ufficiali che comandavano la colonna. I nazisti si ritirano, ritornano verso Corsico e tentano di entrare a Milano attraverso Cesano Boscone e Baggio. La colonna si smembra, le staffette hanno avvisato tutti, e in ogni via, ogni piazza i Partigiani aspettano i fascisti e i nazisti a suon di schioppettate. Appena entrati in città sono nuovamente attaccati, questa volta dalla 112a brigata Garibaldi, da gruppi della Matteotti e di Giustizia e Libertà. La Squadra volante “Aldo Oliva” dove combatteva mio padre Pietro Taietti, nome di battaglia “Mario” al comando di Angelo Bornaghi, nome di battaglia “Gianni”, che nei giorni dell’insurrezione svolse anche il ruolo di responsabile della squadra a “guardia del corpo” di Sandro Pertini, incontra un nutrito gruppo di nazi- fascisti, tra il ponte di via Valenza e via Lombardini. Un nutrito lancio di bombe a mano uccide tutti i cavalli degli ufficiali nazisti e forma un’impenetrabile barriera che non permette alle autovetture blindate di passare oltre. Numerosi fascisti e nazisti sono catturati e condotti alla prigione segreta di via Binda, nei sotterranei dell’azienda Esperis. Saranno poi consegnati agli anglo-americani nei primi giorni di maggio."

Racconto di Ivano Taietti, tratto dal Libro "Libertà tra i Navigli - La Resistenza in Barona, Lorenteggio, Giambellino, Porta Genova. Milano." 


Dal Libro “Partigiani della zona 15” a cura di Giuseppe Deiana.


Giovanni Paghini e Domenico Bernori.

“In questa casa fiorì la giovinezza del Patriota Paghini Giovanni, della 113° Brigata Garibaldi, stroncata dal piombo nazifascista. Milano 20/03/1924 - Miano 25/04/1945” Questo si legge nella lapide di Via Chiesa Rossa 113, che ha la stessa scritta di quella dedicata a Domenico Bernori inVia Neera 16. Virginio Gallazzi dichiara di conoscere le circostanze della morte di Paghini e Bernori solo “per sentito dire”. Giovanni Paghini (nato a Opera il 5 maggio 1927, morto a Milano il 25 aprile 1945) lavorava alla Fonderia Stabilini in Via De Sanctis, Domenico Bernori abitava in Via Neera 16. Quest’ultimo era un ragazzo molto attivo politicamente, in quanto apparteneva, come Paghini, alla 113° Brigata Garibaldi. In questa veste gli sarebbe stata affidata la missione d’uccidere il proprietario della fabbrica Grazioli, uomo che, grazie al fascismo, dal nulla aveva fatto fortuna. Il 25 aprile, il Naviglio era asciutto e questi tre Partigiani vi entrarono con l’intenzione di aggirare i tedeschi presso il ponte di San Cristoforo (per Virginio Gallazzi presso il dazio del Naviglio Grande). Non si accorsero dei nemici alle spalle, che con una raffica li ammazzarono. Sono caduti, quindi, in un azione d’arresto di una colonna nazifascista. Avevano rispettivamente 18 e 21 anni. L’ex Partigiano Di Bisceglie, conosceva Domenico Bernori (nato il 20 marzo 1923, morto a Milano il 25 aprile 1945 a Milano) tramite quella che sarebbe stata sua moglie, la quale abitava in Via Neera nell’appartamento attiguo a quello del Partigiano in questione. Spesso infatti, quando i giovani antifascisti venivano ricercati, la gente del quartiere offriva loro rifugio, rischiando la vita di tutti i familiari. Gli ufficiali nazisti non si facevano scrupoli ed erano pronti a fucilare donne e bambini colpevoli solo di troppa solidarietà.” 



Le Lapidi della Barona


I Partigiani della Barona: Il Cippo del Moncucco.


 
















Cippo del Moncucco: Tre Partigiani.                                                                    All'interno del Parco Comunale di Via Moncucco 29 Milano. 

Bossi Luigi. Lombardi Attilio. Sturaro Alvez.

Luigi Bossi, nato a Milano in via Chiesa Rossa 67 il 23/11/1922 abitava in via Moncucco 38 e lavorava come saldatore alla C.O.M. (Cooperativa Operaia Metallurgica: fabbricava mobilio per gli ospedali) di via Carlo Torre, 24. 

Apparteneva alla Brigata Matteotti dal 1° gennaio 1944. 

Venne arrestato per attività sovversiva il 13 dicembre 1944 e deportato nel lager di Bolzano. Il 1° febbraio 1945 venne trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi ad Ebensee dove morì a 22 anni. 

 

Attilio Lombardi, nato a Zelo Bonpersico (Milano) il 23/02/1925, figlio di Vittorio e di Giuseppina Brambati, abitava a Milano in via Moncucco 51 (attuale via S. Paolino 5 – cascina Monterobbio).

Partigiano fin dall’8 settembre 1943. Apparteneva alle formazioni di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Matteotti.

Diploma Alexander 226213.

Venne portato via da casa il 16/10/1944 dai fascisti e dagli stessi ucciso a Chiavari il 26/10/1944, come descritto in una testimonianza allegata alla scheda presso l’ANPI Provinciale di Milano.

Una lapide lo ricorda anche in via S. Paolino.

 

Alvez Sturaro, nato a Milano il 31/05/1926 da Sante ed Ermelinda Pedrazzi, abitava in via Moncucco 29.

Apparteneva alle formazioni di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Matteotti dal 16/03/1944 al 16/12/1944.

Fu fucilato dalla Muti in via Mozart il 16/12/1944. In via Mozart 6 aveva sede la famigerata banda di torturatori che faceva capo a Pasquale Isoppi che operava per conto del servizio di sicurezza delle S.S. 

Un articolo apparso sul Corriere della Sera del 28 dicembre 1944 avvisa del ritrovamento del suo corpo nel Naviglio pavese. Sturaro viene scambiato per militare perché indossava la divisa militare. Il suo era un travestimento per poter passare inosservato e dissipare ogni dubbio sulla sua attività Partigiana. 

Dopo averlo assassinato i fascisti lo gettarono nelle acque del Naviglio, come fecero con altri Patrioti.

Il corpo venne riconosciuto dal padre Sante all’obitorio.

Nel il 29 maggio 1972 viene insignito della Medaglia d’oro della civica amministrazione dal Sindaco Aniasi.
















Attilio Lombardi. 































































Alvez Sturaro.

























































Corriere della Sera: 28 dicembre 1944.




















































Corriere della Sera: 29 maggio 1972. 































































Testimonianza orale di Maria (Mariuccia) Brambilla che ricorda l’arresto di Luigi Bossi.  (interviste del 26/11 e 6/12/2018.

”Prima di arrivare al’45, lei conosceva i due Partigiani uccisi che abitavano al Moncucco? -  E certo, allora parlo del Rastrellamento che hanno fatto al Moncucco i fascisti nel '44 {dicembre?). La mamma della mia amica (Miriam) che adesso sta ad Acqui Terme (io sono cresciuta in casa della mia amica perché la sua mamma era a casa. Andavamo a scuola, mi scaldava il mattone nella stufa e poi me lo dava per riscaldarmi perché arrivavamo là tutti bagnati) ci dice “oggi“ (lo so perché il lunedì c'erano i lavandai che lavoravano, fra i quali anche la mia mamma) vi faccio una bella sorpresa, vi porto al cinema a vedere Biancaneve {io non avevo mai visto il cinema come era), al Cinema Massimo.
Quando siamo arrivate alla svolta (prima della cascina Moncucchetto, oggi Largo Nuvolari) vediamo arrivare il camion della "Birin-Gobi", non so perché li chiamavano così. Arrivano quelli li e allora quella signora li, la mamma della mia amica, ci dice "no bambine è meglio che andiamo a casa" noi eravamo tutte arrabbiate. Quando siamo arrivate sulla piazzetta (del n. 29 e 31) erano fermi e hanno piazzato tutte le mitragliatrici e poi hanno cominciato. "Donne al fosso, via dentro nei portoni" e allora tutte nella porta della Rolandi (le sue finestre guardavano il tabaccaio). Mi ricordo che la mia nonna l'hanno cacciata dentro con il fucile e lei dice " ti huei vilan ten giò i man" e così siamo entrate. Però io ero curiosa e sono andata dalla Lazzari per guardare giù. Ogni tanto si sentiva gridare, sparare. Hanno aperto tutte le porte delle case. Vedo mio zio (Mario) che lo portavano fuori dal tabaccaio (lui era a casa in mutua) e lì dove c'erano gli anelli, dove legavano i cavalli, lo hanno legato lì, e volevano che lui dicesse dove era il Luigi Bossi che lavorava con lui (lavoravano alla C.O.M. in via Carlo Torre). Bossi non era a fare il militare, era a casa perché aveva solo la mamma vedova che era malata. Mio zio diceva "che cosa volete?". Insomma lo hanno caricato sul camion e lo hanno portato dal Luigi Bossi (che è uno di quelli là sul cippo). lo sono andata l'anno scorso a Mauthausen a cercarlo e l'ho trovato perché in fondo Cè un librone alto così dove c’è il nome di Luigi Bossi con la carta di identità. 

"Lei aveva conosciuto il Bossi’’? - Altro che, c'erano diverse famiglie Bossi, erano 3 fratelli. C'era il papà del Giulio Bossi, il papà della Erminia Bossi e poi quello della Vittorina. Tre fratelli con tanti figli, invece il Luigi era solo con la mamma che era un pò fragilina, poverina. E io sono andata due anni fa da mio figlio Marco che abitava in Austria, a Linds, e un giorno mi dice "dai che ti porto a vedere una cosa" e così ho visto tutto. "Come era finito il rastrellamento?” - ll rastrellamento è finito che hanno preso il Balbiani, il Maraschi, i Magnini {papà e figlio, quelli del Monterobbio, finiti a Mauthausen), Lombardi. Li hanno presi tutti (molti erano renitenti alla leva fascista) e caricati sul camion con anche il mio zio. Buttato giù nel camion c’era anche l’Alvez.  Allora li hanno portati alla ditta (dove lavorava il Bossi, la C.O.M.) che era in via Carlo Torre (li chiamavano i feree de let, facevano i mobili per gli ospedali) e hanno portato via il Bossi (era magro, non aveva attaccato niente). Mio zio lo hanno portato a S. Vittore, è stato lì un paio di giorni (io non so il perché) e poi è venuto a casa. Poi la mia zia era amica della mamma dell'Alvez. si chiamava Marina; le dicono che suo figlio lo hanno trovato nel Naviglio, giù della Conchetta: Lei non aveva il coraggio di andare a vederlo e allora è andata mia zia con il suo marito (Primo). Era proprio l'Alvez, gli hanno sparato e poi buttato nel Naviglio e poi la mamma è andata all'obitorio a riconoscerlo. Ecco perché dopo in casa si parlava del Bossi e dell’Alvez." 




Le Lapidi della Barona 





I Partigiani della Barona: Guido Cimini.

 













Guido Cimini  Lapide in Via Biella 30 Milano. 

Nato a Napoli il 14/3/1899 da Giovanni ed Esposito Giovanna. Abitava in via Biella 30. Geometra.

Membro della Brigata Volante “Aldo Oliva” della Divisione Ticino. Matteotti. 

Venne arrestato il 31 luglio 1944 dai fascisti, incarcerato a San Vittore, numero di matricola 4883. Il 7 settembre viene deportato a Bolzano da cui poi partirà il 5 ottobre per Dachau.     Arrivò il 9 ottobre e gli venne assegnato il numero 55361. Qui morì a 46 anni il 6 febbraio 1945.






Le Lapidi della Barona 





 


I Partigiani della Barona: Giuseppe Borella.

 




Giuseppe Borella.  Lapide Via Faenza 1. Milano. 

Nato a Milano il 3/03/1903, da Savino e Elisa Tirotti, abitava in viale Faenza 1.

Apparteneva alla 113ª Brigata Garibaldi SAP.

Militante antifascista fin dalla prima ora (era nato nel 1903 e aveva visto la nascita e lo sviluppo del fascismo) Giuseppe era un operaio che lavorava alle Officine Tallero (secondo altri documenti all’Isotta Fraschini come fresatore). Per l’età che aveva svolgeva un ruolo maggiore nella Resistenza comandando le azioni contro i fascisti.
il 16/1171944, durante un’azione notturna, venne catturato vicino a piazza Vesuvio e siccome era armato fu immediatamente fucilato. 

Da un rapporto dei carabinieri di Milano alla Questura, in data 26 dicembre 1943, Giuseppe Borella viene segnalato come “notoriamente antifascista” e “diffamato presso l’opinione pubblica quale propagatore di idee sovversive”. In questo stesso rapporto si fa riferimento ad un precedente del 2 agosto 1943, n. 87, nel quale già si segnalava che Borella, insieme ad altri antifascisti compì azioni contro il fascismo, con denuncia al Procuratore militare presso il Tribunale di guerra di Milano. 

In seguito alla denuncia viene convocato il 2 giugno 1944 presso la Commissione Provinciale in via Monforte 33 per “essere sentito per la sua discolpa”. Un documento di pochi giorni prima, 31 maggio, della Questura afferma che Giuseppe Borella “è ritenuto tuttora di sentimenti sovversivi e pertanto allo scopo di poterlo convenientemente vigilare, si propone venga ammonito”. 

Il successivo provvedimento di diffida gli impone una serie di prescrizioni quali ad esempio di “non partecipare a riunioni pubbliche o politicamente sospette e di non trattenersi abitualmente nelle osterie, bettole o in case di prostituzione, di non allontanrsi mai senza preventivo avviso e senza esplicita autorizzazione delle autorità di P.S.”. Il provvedimento di ammonizione ha durata biennale e salvo interruzione avrà termine il 1° giugno 1946.

Secondo la scheda biografica conservata all’ANPI faceva parte della 42ª Brigata Matteotti.



















































Corriere della Sera. 16 novembre 1944.






























Corriere della Sera: 29 maggio 1972. 


Le Lapidi della Barona


I Partigiani della Barona: Pietro Baselli.

 










Pietro Baselli. Lapide Piazza Miani 2 Milano. 

Nato a Milano il 20/09/1909. Residente a Milano in piazza Miani 2.

Morto a Cefalonia il 5/09/1943 (un’altra fonte riporta come data il 15/09/1943).

Era sergente nel 317° reggimento fanteria della Divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia dopo l’armistizio italiano dell’8/09/1943.



Le Lapidi della Barona 


I Partigiani della Barona: Giuseppe Baratto.


 


















Giuseppe Baratto. Lapide in Via Voltri 4 Milano. 

Nato a Cassolnovo (Pavia) il 3/09/1922, da Attilio e Antonia Bartaglia, abitava in via Voltri 4.

Apparteneva alla 4 ª divisione della 113ª bis Brigata Garibaldi SAP.

I Sappisti della 113ª bis Brigata Garibaldi SAP stavano presidiando e lottando nella zona di San Cristoforo per salvare tutte le fabbriche della zona dalla distruzione nazifascista. Il mattino del 26 aprile riuscirono a rimuovere le cariche di esplosivi piazzate dal nemico sotto il ponte di San Cristoforo. Improvvisamente, in tarda serata, un gruppo di fascisti attacca il presidio Sappista. Giuseppe Baratto viene colpito e muore presso la Stazione ferroviaria di San Cristoforo. 

Una lapide in via Voltri 4 ricorda il sacrificio di Giuseppe.
































































Corriere della Sera 29 maggio 1972. 



Le Lapidi della Barona


I Partigiani della Barona: Graziano Arrighini.










Graziano Arrighini. Lapide in Via Voltri angola Via Ovada. Milano. 

Nato a Udine il 6/5/1910, figlio di Francesco. Residente a Milano (l’indirizzo è sconosciuto). Apparteneva alla 113a Brigata Garibaldi SAP. Diploma Alexander 227341. Il corpo di Graziano viene trovato la mattina presto del 16/11/1944 in via Voltri, angolo via Ovada da due donne.

Appartenente alla 4ª b divisione antifascista della Brigata, conosciuto per la sua attività antifascista, era stato prelevato dai fascisti dal suo domicilio la sera del 15 novembre con l’accusa di attività sovversiva viene portato, dopo un processo sommario, nei pressi di via Lorenteggio e fucilato. Viene poi trasferito in via Voltri e lì scaricato come monito alla popolazione della Barona (quartiere con grande presenza di partigiani e antifascisti) per far sapere come i nazifascisti trattavano i partigiani che venivano catturati.
Le lavoratrici ed i lavoratori che erano in attesa di prendere il tram (al capolinea di via Biella) che li portava al lavoro, accorrono alle grida delle due donne e spostano il cadavere di Graziano verso le luci di piazza Miani. Intervengono però i fascisti che, urlando e minacciando i presenti, riportano il cadavere dove era stato scaricato.

Dalla testimonianza di Belloni Annamaria (Taietti):

“Io e mia sorella Dolores, arrivavamo a piedi dal Molino Doppio sino a piazza Miani, lì in via Biella, c’era il tram, andavamo a lavorare. […] Io avevo 19 anni e Dolores ne aveva 25. Saranno state le 6 del mattino, vediamo lì sul marciapiede un’ombra scura e lunga, Dolores mi dice: “Mi sa che stanotte i fascisti hanno fatto la guardia, vedi lì, che chi è andato a tagliare la legna nei prati, li ha incontrati, ed è scappato, hanno lasciato pure un pezzo d’albero lì sull’angolo, chissà come correvano”. Ci avviciniamo, e io la prima cosa che vedo è un paio di calze a righe rosse e bianche, di quelle grosse fatte con la lana e gli aghi a mano. E dentro le calze, i piedi, e poi le gambe, il corpo, il sangue sull’asfalto, una giacchetta nera, un viso nascosto, scomposto, sotto un braccio che pareva voler dire pietà.”










































Corriere della Sera - 16 novembre 1944.




































Corriere della Sera - 20 novembre 1944. 



Le Lapidi della Barona 



01 marzo 2021

Arriva il TAMPONE. Coordinamento ANPI Municipio 6 Milano.


 



















Sabato 6 marzo Tampone per rilevare il Covid in Piazza Miani Milano. Grazie a Medicina solidale e Brigata Sanitaria Soccorso Rosso. Noi ci siamo in nome della Costituzione.

La tessera ANPI 2021 e Bella Ciao...




La tessera ANPI Barona Milano 2021 e Bella Ciao, Giornate Nazionali Tesseramento ANPI. Piazza Miani domenica 28 febbraio 2021. NOI ci siamo... "La casa dell'Antifascismo". 

 

"Quando cessarono gli spari". Tesseramento ANPI Barona 2021.

Un bellissimo regalo da Daniele Biacchessi. "Quando cessarono gli spari" Per le giornate Nazionali Tesseramento ANPI 2021. La casa degli Antifascisti.

 

 

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