08 marzo 2021

I Partigiani della Barona: I tre Martiri.

 


Giuseppe Frazzei

















Francesco Migliavacca 

















Luciano Paschini 










I tre Martiri.  Lapide in Via Lodovico il Moro 135. Milano 

Luciano Paschini nato a Milano il 27/07/1927 da Mauro e Vighi Angela; Giuseppe Frazzei nato a Milano il 29/09/1926 da Luigi; Francesco Migliavacca nato a Buccinasco (Milano) il 4/02/1924 da Carlo Pietro.

Abitavano tutti e tre in via Lodovico il Moro 135. Milano. 

La sera del 7 aprile 1945 tentarono di irrompere nella abitazione di M. in via Giambellino. M. era un noto delatore e torturatore appartenente alla Muti, che secondo alcuni non disdegnava azioni di criminalità comune, quali i furti nei negozi della zona. M. riuscì a fuggire dal suo appartamento e a raggiungere un vicino presidio fascista. I suoi camerati accorsero in forze per procedere al rastrellamento della zona con l’intento di catturare i tre giovani Partigiani, che non si erano allontanati dalla zona. 

Luciano, Giuseppe e Francesco furono catturati e condotti presso una caserma repubblichina. Furono torturati e nella stessa notte tra il 7 e l’8 aprile ricondotti sul luogo della loro azione, dove vennero fucilati. 

L’esecuzione avvenne in un prato dove poi sorse un palazzo, in via Giambellino 46, e lì venne posta un altra lapide a loro ricordo. 






















«7 aprile 45 - In via Giambellino, 3 sappisti della 113bis, tentano il disarmo a domicilio di un pericoloso rastrellatore, ma una spia telefona alla Resega che riesce a bloccarli. I nostri Sappisti tentano di reagire, ma vengono immobilizzati e portati al presidio dove li sottoponevano alle più tremende sevizie. Non essendo riusciti a sapere ciò che speravano li ricondussero sul posto dell’avvenuta cattura e barbaramente li trucidavano».                                               Relazione della 4° Divisione Garibaldi.


Anni or sono i parenti del più giovane dei tre, Giuseppe Frazzei, ricordavano:

Angela Frazzei (Cognata): Un ricordo che ancora mi fa piangere. «Corri, mi dissero, c’è Peppino morto in via Giambellino. Peppino era il fratello di mio marito.  Io allora abitato a Corsico. Ero fidanzata con Alessandro. Conoscevo Peppino, suo fratello, più giovane di tre anni. Alessandro era via, militare. Non sapeva niente. Avrebbe saputo solo il giorno del suo ritorno a casa, il 13 maggio del ’45. Quando arrivai quella mattina dell’8 aprile c’era già gente attorno ai corpi dei tre giovani uccisi sul ciglio del prato davanti al Bar Siro. Riconobbi subito Peppino. Aveva un buco dietro l’orecchio. Ma doveva essere stato torturato. Forse con la corrente elettrica. Le braccia erano annerite. Erano conciati tutti e tre da far pietà. Paschini aveva un buco in fronte. Lì, in via Giambellino, li avevano finiti. Molti piangevano. Perché tanto strazio? La guerra, sì, ma come si poteva ridurre un ragazzo in quelle condizioni? Li avevano scaricati e uccisi sulla strada come fossero niente. No, non dimenticherò mai quel momento».

Alessandro Frazzei (fratello): A casa pensavo di ritrovare tutti. «Quando sono tornato a casa il 13 maggio 1945 dopo due anni di guerra e di prigionia (sono stato richiamato nel ’43) pensavo di ritrovare tutti. Invece mio fratello Peppino non c’era più. Credevo di essere stato il più sfortunato della famiglia. Dopo l’8 Settembre sono stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato in giro per tutta la Jugoslavia. Spesso a piedi. Una vita d’inferno. In Austria a Villach all’inizio del Maggio del ’45 ho visto il primo carro armato americano. Eravamo in quattro soldati italiani. Pensammo allora che era finita e così decidemmo di tornare. Da Villach a Udine a piedi e poi con mezzi di fortuna fino a Milano. Finalmente a casa. Peppino, però, non c’era. Piansi come un bambino. No, non potevo immaginarmelo. Ero andato via che era un ragazzino. Un bravo ragazzo. Lavorava alla CGE e studiava per diventare perito. Come potevo pensare che quel ragazzo sarebbe morto così? Mia madre si è tenuta il suo maglione bucato dai colpi sparati dai fascisti per molti anni. Poi lo ha consegnato all’ANPI. Non so dove sia finito quel maglione con tutti quei buchi».











Le Lapidi della Barona 






I Partigiani della Barona: Enrico Grandi.


 

























Enrico Grandi "Orfeo".  Lapide in Via Ciani 7 Milano.

Enrico Grandi “Orfeo”

Nato a Rodigo (Mantova) l’11/07/1901 da Perfetto e Cristina Bosio, risiedeva in via Ciani 7.

Apparteneva alla 113ª Brigata Garibaldi SAP e poi divenne Commissario politico della 40ª Brigata Garibaldina della Libertà e fece parte del Gruppo d’assalto “Giacomo Matteotti”.

Il suo nome di battaglia era “Orfeo”, ma altre fonti gli attribuiscono il nome di “Bafed”.

Cadde in combattimento contro i nazifascisti in Val Brona (Sondrio) l’1/10/1944, nella battaglia di Mello (o di S. Antonio), uno dei più cruenti scontri tra le forze della Resistenza Partigiana e i fascisti. Ebbe come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull’attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, e coinvolse anche l’abitato di Mello. Lo scontro durò tutto il giorno fino alle ore 20, quando i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque distrutto e incendiato molte case. Nel frattempo i Partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello, ripiegarono verso Poira. Si chiuse così una giornata tragica. 
Tra i partigiani caduti, oggi ricordati con una lapide presso la chiesetta di S. Antonio, c’era anche Enrico Grandi. 

Il 2 giugno 1944 un gruppo di Partigiani forma la 40ª Brigata Garibaldi d’assalto Matteotti, una Brigata di montagna che la Federazione del PCI di Milano organizza sulle montagne della bassa Valtellina, da Colico sino a Sondrio e nella Valsassina. 

A luglio 1944 viene formata la 1ª “Garibaldi” composta dalla 40ª “Matteotti”, dalla 52 ª “Clerici” e dalla 90 ª “Zampiero”. (Dioniso Gambaruto) “Diego” era il comandante, (Luigi Grassi) “Primo” il commissario politico. Gli uomini di maggior spicco erano “Silvio” comandante della 40 ª, “Tiberio”, comandante della 90 ª, “Nino”, (Enrico Grandi) “Orfeo”, commissario politico della 90 ª, e “Lombardo”. 
Nell’agosto 1944 l’avanzata degli alleati viene bloccata al di sotto della linea gotica. Proprio in questa parte del territorio Italiano i tedeschi, ancora ben equipaggiati e con grande quantità di mezzi e munizioni, ne approfittano per eseguire tutta una serie di massicci rastrellamenti, avvalendosi anche dell’apporto delle forza della Repubblica di Salò, sempre disponibili per queste azioni. 

Il 1° ottobre 1944 lo scontro si fa subito duro, difficile e drammatico. Consistenti forze fasciste, circa 200 unità, provenienti da Ardenno, Cino e Cercino, si scontrano con un più contenuto numero di partigiani della 40ª Brigata Matteotti e della 90ª Brigata Zampiero, che furono i primi a scontrarsi con i fascisti, asserragliati nella chiesa di San Giovanni di Bioggio, disposti ad arrendersi ma solo a parole. 
La battaglia fu lunga, resa caotica dai trucchi dei fascisti travestitisi da partigiani con il fazzoletto rosso garibaldino al collo.
La lotta si frammenta in una serie di scontri ravvicinati che si tengono in località spesso distanti tra loro e che coprono una vasta area del comune. La dinamica del combattimento lo rende a lungo incerto. Fa già buio, ma continuano gli scontri. 

Nonostante i successivi apporti di uomini e mezzi, i fascisti, attorno alle 8 di sera, decidono di ritirarsi e caricano su tre camion i morti e i feriti. 

L’abitato viene dato alle fiamme. I Partigiani solo a tarda sera potranno fare il conto dei morti, purtroppo numerosi, cercandoli tra i boschi e tra le pietre, e finalmente curare i feriti. 



 














Le Lapidi della Barona 


I Partigiani della Barona: Andrea Esposito.

 



























Andrea Esposito. Lapide in Viale Faenza 3. Milano. 

ANDREA ESPOSITO

 

Nasce a Trani il 26 ottobre 1898, figlio di Mariano, abitava in viale Faenza 3. Maglierista. Appartiene, con il figlio Eugenio, alla 113ª Brigata Garibaldi Sap. Diploma Alexander 226234 Viene arrestato con Eugenio il 31 luglio 44, da membri dell'Ufficio Politico della Guardia Nazionale Repubblicana. Nel tentativo di mettere in salvo il figlio, in età di leva, l'Esposito si affida a un giovane che si presentava come partigiano, il quale proponeva di portare Eugenio in salvo nell'Oltrepò Pavese. La mattina del 31 luglio il “partigiano” si presenta in casa con un amico. Eugenio ed Andrea si avviano con i due accompagnatori verso una macchina. Gli sportelli sono già aperti. Padre e figlio si abbracciano, ed è proprio in quel momento che si sentono le pistole puntate alla nuca. Dopo le botte e gli interrogatori dei repubblichini si apre per loro il carcere di San Vittore. Sono in due celle vicine: si parlano attraverso le grate, urlando nel cortile i loro pensieri. C'è anche un avvocato che si sta occupando di farli uscire. La mattina del 10 agosto quando Eugenio chiama il padre attraverso la grata, non ottiene risposta. I secondini gli diranno che Andrea è stato trasferito a Bergamo. 

Andrea insieme ad altri 14 partigiani viene portato, invece, a piazzale Loreto, alle 10 vengono messi tutti contro un muro (dove allora c’era un benzinaio) e uccisi per fucilazione dai fascisti della Muti per ordine di Theodor Saevecke. 

Eugenio conoscerà la verità a guerra finita, quando tornerà dal campo di concentramento, dove è stato deportato pochi giorni dopo l'eccidio di piazzale Loreto. Come gli altri antifascisti, per i quali originariamente era stata decisa la condanna a morte, è stato infatti graziato con la deportazione nei campi di concentramento tedeschi. Prima giunse a Bolzano, poi trasferito a Flossenburg e infine a Dachau

 

Per ricordare questo tragico evento, l'illustratore Massimiliano di Lauro ha voluto omaggiare il partigiano Andrea Esposito, nostro concittadino, attraverso la figura di un colosso al centro dell'illustrazione che distrugge il fascio littorio; un'opera che vuole ricordare il vile episodio, ma vuole anche esorcizzare ogni possibile rigurgito fascista.


























Il figlio Eugenio in foto poco prima della sua cattura e della morte del Padre. 















Testimonianza registrazione orale di Eugenio Esposito

http://www.lageredeportazione.org/binary/lager_deportazione_new/archivio_mp3/eugenio_esposito.1183537291.mp3 

Dal sito Lager e deportazione – Le testimonianze: Eugenio Esposito

Nato a Milano 1925 

Intervista del: 20.03.1999 a Bolzano TDL: n.86 – durata: 69’

Arresto: il 31 luglio 1944 a casa Viale Faenza 3 Milano. Carcerazione: a Milano, San Vittore. Deportazione: Bolzano, Flossenbürg, Kottern. Liberazione: durante marcia della morte.



Lapide della Barona 


I Partigiani della Barona: Luigi Corradini.

 












Corradini Luigi. Lapide in Via Parenzo 8. Milano.

Luigi Corradini nato a Milano il 1/6/1908 da Camillo e Legnani Maria.               Abitava in Via Parenzo 8. Meccanico. Apparteneva alla 114° Brigata Garibaldi SAP dal gennaio 1944. Venne arrestato il 18 marzo 1944 dai nazifascisti e deportato   a Gusen dove morì a 36 anni, il 10/4/1945. 






Le Lapidi della Barona 




 

07 marzo 2021

I Partigiani della Barona: Il Cippo del Ronchetto sul Naviglio.


 

















Cippo della Battaglia "Ronchetto sul Naviglio"                                                                               Giardinetto di Via Lodovico il Moro 187 Milano

Tre  Partigiani: Idelio Fantoni. Giovanni Paghini. Domenico Bernori.

Nella notte del 25 aprile 1945 a Ronchetto sul Naviglio, al confine tra Milano, Buccinasco e Corsico, arriva da Vigevano una colonna di camion e automobili di fascisti e nazisti. A sorvegliare la zona un gruppo di 15 partigiani, stanchi e male armati. Lo scontro è immediato. Poco più tardi arrivano i rinforzi che prendono il nemico di fianco. Il nemico è costretto a fermarsi. 

Ma tra i partigiani ci sono feriti e morti: Domenico Bernori, Giovanni Paghini. Idelio Fantoni è ferito gravemente e viene subito portato, insieme ad altri, nella cripta della chiesa di Santa Rita dove, segretamente era stata allestita un’infermeria per i partigiani. Ma per Idelio non c’è più niente da fare. 

 

Idelio Fantoni, nato a Milano il 14/07/1927, da Antonio. Abitava in viale Famagosta 2 e lavorava alle Officine Tallero. 

Appartenente alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. E’ stato insignito della Medaglia di bronzo e riconosciuto con Diploma Alexander 227347.

Idelio crebbe nelle casi popolari intorno a piazza Miani (che allora si chiamava piazza Predappio) dove, insieme ad altri ragazzi, cominciò in maniera autonoma svolgere piccole azioni (scritte sui muri, volantini…) contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Tutti entreranno presto, con altri partigiani, a far parte dell’8° Distaccamento Barona della 113ª Brigata Garibaldi. 

Una lapide lo ricorda anche dove abitava in Viale Famagosta 2.

 

Giovanni Paghini “Spartaco” nato a Opera (Mi) il 5/05/1927, da Santo e Maria Modesti, risiedeva in via Chiesa Rossa 113. 

Lavorava come operaio nella Fonderia Stabilini. Appartenente alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. Diploma Alexander 227353. Medaglia di Bronzo.

Una lapide lo ricorda anche dove viveva. 

 

Domenico Bernori, nato a Milano il 20/03/1924, da Luigi e Angela Panigada, abitava in via Neera 11.

Di professione meccanico, apparteneva alla 113ª Brigata Garibaldi SAP. Insignito della Medaglia di Bronzo per la sua attività partigiana.

Una lapide lo ricorda anche dove abitava.


"La serata del 25 aprile 1945, nella zona del Naviglio Grande, "Luigi Maradini, comandante della 113ª brigata Garibaldi Sap, ordina il blocco della nazionale per Alessandria all'altezza di Ronchetto sul Naviglio: una sessantina di garibaldini con solo 5 mitra, dieci moschetti, una decina di bombe a mano e «numerosissime rivoltelle non completamente cariche». Sopraggiunge, puntando sulla città, una forte autocolonna tedesca che viene investita da lancio di bombe a mano e raffiche di mitra. Ne nasce un violento scontro che si protrae per un'ora finché, esaurite le munizioni, i partigiani devono ritirarsi. Anche la colonna germanica fa marcia indietro dirigendo verso Corsico e poi verso Baggio. I tedeschi lasciano sul terreno diversi morti tra cui due ufficiali. Nel combattimento sono caduti i garibaldini Domenico Bernori, Idelio Fantoni e Giovanni Paghini" Verbale in originale 113° Brigata Garibaldi. 

 

I nazisti scampati allo sbarramento tornano verso Corsico per tentare di entrare in città passando per Cesano Boscone o Baggio, ma le staffette avevano avvertito tutte le bande della zona e in ogni strada vengono attaccati dagli uomini e dalle donne della Resistenza, per venire fermati definitivamente dalla 112a brigata Garibaldi e dai gruppi della Matteotti."




 















Fantoni Idelio 








































Paghini Luciano 




































Bernori Domenico 


















"Una quindicina di partigiani, stanchi, assonnati e male armati, corrono a perdifiato incontro al male. Ci sono solo prati, qualche albero, il Naviglio indifferente che scorre piano piano, il ponte lì davanti. E alle spalle la vecchia scuola. Poi solo buio e silenzio, ma in lontananza ecco le prime urla, i primi rumori di motore. Scoppia la prima bomba a mano e il cielo si riempie di lampi e tuoni, si spara con tutto quello che si ha, si urla con tutto il fiato in gola: “Maledetti, di qui non passate”. Arrivano i rinforzi, adesso sono quasi in ottanta a urlare, sparare, qualcuno è di là del ponte, e prende i nazisti di fianco. E la colonna si ferma, sullo spiazzo della vecchia “gabella” si odono i lamenti dei feriti. Il sangue comincia a gocciolare nell’acqua del Naviglio. Muoiono lì tra la prima erba di primavera, tra le prime stelle che annunciano la libertà, tre ragazzi: Domenico Bernori di anni 21, Giovanni Paghini di anni 18, Idelio Fantoni di anni 18, che dapprima ferito gravemente viene portato insieme ad altri feriti alla cripta della chiesa di Santa Rita, dove segretamente era stato allestito un punto di pronto soccorso per gli antifascisti. I padri Agostiniani oltre che nascondere armi e uomini, li nei sotterranei della chiesa prestavano la loro opera di conforto medico da parecchi mesi, aiutati da un giovane partigiano e studente di medicina: Mario Migliavacca, che divenne poi apprezzato medico condotto di zona, e che aveva appena finito di piangere la morte di suo fratello Francesco Migliavacca di 20 anni, fucilato dai fascisti al Giambellino l’8 aprile del 1945. Il Padre Agostiniano Luigi Binaschi della chiesa di Santa Rita, fu persino arrestato dalla Muti per la sua attività antifascista e incarcerato a San Vittore. Tre sono feriti gravi: Paolo Mignosi, Antonio Befana, e Scipione Grossi, che cerca scampo gettandosi nelle acque del Naviglio, nuotando fino all’altezza della Cooperativa Ferrera, dove viene tratto in salvo e portato nella sua abitazione, non molto lontana, dove gli vengono prestate le prime cure. Oltre alle carcasse di diverse vetture blindate, sul luogo del tremendo combattimento rimangono i corpi senza vita di numerosi tedeschi, fra cui due ufficiali che comandavano la colonna. I nazisti si ritirano, ritornano verso Corsico e tentano di entrare a Milano attraverso Cesano Boscone e Baggio. La colonna si smembra, le staffette hanno avvisato tutti, e in ogni via, ogni piazza i Partigiani aspettano i fascisti e i nazisti a suon di schioppettate. Appena entrati in città sono nuovamente attaccati, questa volta dalla 112brigata Garibaldi, da gruppi della Matteotti e di Giustizia e Libertà. La Squadra volante “Aldo Oliva” dove combatteva mio padre Pietro Taietti, nome di battaglia “Mario” al comando di Angelo Bornaghi, nome di battaglia “Gianni”, che nei giorni dell’insurrezione svolse anche il ruolo di responsabile della squadra a “guardia del corpo” di Sandro Pertini, incontra un nutrito gruppo di nazi- fascisti, tra il ponte di via Valenza e via Lombardini. Un nutrito lancio di bombe a mano uccide tutti i cavalli degli ufficiali nazisti e forma un’impenetrabile barriera che non permette alle autovetture blindate di passare oltre. Numerosi fascisti e nazisti sono catturati e condotti alla prigione segreta di via Binda, nei sotterranei dell’azienda Esperis. Saranno poi consegnati agli anglo-americani nei primi giorni di maggio."

Racconto di Ivano Taietti, tratto dal Libro "Libertà tra i Navigli - La Resistenza in Barona, Lorenteggio, Giambellino, Porta Genova. Milano." 


Dal Libro “Partigiani della zona 15” a cura di Giuseppe Deiana.


Giovanni Paghini e Domenico Bernori.

“In questa casa fiorì la giovinezza del Patriota Paghini Giovanni, della 113° Brigata Garibaldi, stroncata dal piombo nazifascista. Milano 20/03/1924 - Miano 25/04/1945” Questo si legge nella lapide di Via Chiesa Rossa 113, che ha la stessa scritta di quella dedicata a Domenico Bernori inVia Neera 16. Virginio Gallazzi dichiara di conoscere le circostanze della morte di Paghini e Bernori solo “per sentito dire”. Giovanni Paghini (nato a Opera il 5 maggio 1927, morto a Milano il 25 aprile 1945) lavorava alla Fonderia Stabilini in Via De Sanctis, Domenico Bernori abitava in Via Neera 16. Quest’ultimo era un ragazzo molto attivo politicamente, in quanto apparteneva, come Paghini, alla 113° Brigata Garibaldi. In questa veste gli sarebbe stata affidata la missione d’uccidere il proprietario della fabbrica Grazioli, uomo che, grazie al fascismo, dal nulla aveva fatto fortuna. Il 25 aprile, il Naviglio era asciutto e questi tre Partigiani vi entrarono con l’intenzione di aggirare i tedeschi presso il ponte di San Cristoforo (per Virginio Gallazzi presso il dazio del Naviglio Grande). Non si accorsero dei nemici alle spalle, che con una raffica li ammazzarono. Sono caduti, quindi, in un azione d’arresto di una colonna nazifascista. Avevano rispettivamente 18 e 21 anni. L’ex Partigiano Di Bisceglie, conosceva Domenico Bernori (nato il 20 marzo 1923, morto a Milano il 25 aprile 1945 a Milano) tramite quella che sarebbe stata sua moglie, la quale abitava in Via Neera nell’appartamento attiguo a quello del Partigiano in questione. Spesso infatti, quando i giovani antifascisti venivano ricercati, la gente del quartiere offriva loro rifugio, rischiando la vita di tutti i familiari. Gli ufficiali nazisti non si facevano scrupoli ed erano pronti a fucilare donne e bambini colpevoli solo di troppa solidarietà.” 



Le Lapidi della Barona


I Partigiani della Barona: Il Cippo del Moncucco.


 
















Cippo del Moncucco: Tre Partigiani.                                                                    All'interno del Parco Comunale di Via Moncucco 29 Milano. 

Bossi Luigi. Lombardi Attilio. Sturaro Alvez.

Luigi Bossi, nato a Milano in via Chiesa Rossa 67 il 23/11/1922 abitava in via Moncucco 38 e lavorava come saldatore alla C.O.M. (Cooperativa Operaia Metallurgica: fabbricava mobilio per gli ospedali) di via Carlo Torre, 24. 

Apparteneva alla Brigata Matteotti dal 1° gennaio 1944. 

Venne arrestato per attività sovversiva il 13 dicembre 1944 e deportato nel lager di Bolzano. Il 1° febbraio 1945 venne trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi ad Ebensee dove morì a 22 anni. 

 

Attilio Lombardi, nato a Zelo Bonpersico (Milano) il 23/02/1925, figlio di Vittorio e di Giuseppina Brambati, abitava a Milano in via Moncucco 51 (attuale via S. Paolino 5 – cascina Monterobbio).

Partigiano fin dall’8 settembre 1943. Apparteneva alle formazioni di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Matteotti.

Diploma Alexander 226213.

Venne portato via da casa il 16/10/1944 dai fascisti e dagli stessi ucciso a Chiavari il 26/10/1944, come descritto in una testimonianza allegata alla scheda presso l’ANPI Provinciale di Milano.

Una lapide lo ricorda anche in via S. Paolino.

 

Alvez Sturaro, nato a Milano il 31/05/1926 da Sante ed Ermelinda Pedrazzi, abitava in via Moncucco 29.

Apparteneva alle formazioni di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Matteotti dal 16/03/1944 al 16/12/1944.

Fu fucilato dalla Muti in via Mozart il 16/12/1944. In via Mozart 6 aveva sede la famigerata banda di torturatori che faceva capo a Pasquale Isoppi che operava per conto del servizio di sicurezza delle S.S. 

Un articolo apparso sul Corriere della Sera del 28 dicembre 1944 avvisa del ritrovamento del suo corpo nel Naviglio pavese. Sturaro viene scambiato per militare perché indossava la divisa militare. Il suo era un travestimento per poter passare inosservato e dissipare ogni dubbio sulla sua attività Partigiana. 

Dopo averlo assassinato i fascisti lo gettarono nelle acque del Naviglio, come fecero con altri Patrioti.

Il corpo venne riconosciuto dal padre Sante all’obitorio.

Nel il 29 maggio 1972 viene insignito della Medaglia d’oro della civica amministrazione dal Sindaco Aniasi.
















Attilio Lombardi. 































































Alvez Sturaro.

























































Corriere della Sera: 28 dicembre 1944.




















































Corriere della Sera: 29 maggio 1972. 































































Testimonianza orale di Maria (Mariuccia) Brambilla che ricorda l’arresto di Luigi Bossi.  (interviste del 26/11 e 6/12/2018.

”Prima di arrivare al’45, lei conosceva i due Partigiani uccisi che abitavano al Moncucco? -  E certo, allora parlo del Rastrellamento che hanno fatto al Moncucco i fascisti nel '44 {dicembre?). La mamma della mia amica (Miriam) che adesso sta ad Acqui Terme (io sono cresciuta in casa della mia amica perché la sua mamma era a casa. Andavamo a scuola, mi scaldava il mattone nella stufa e poi me lo dava per riscaldarmi perché arrivavamo là tutti bagnati) ci dice “oggi“ (lo so perché il lunedì c'erano i lavandai che lavoravano, fra i quali anche la mia mamma) vi faccio una bella sorpresa, vi porto al cinema a vedere Biancaneve {io non avevo mai visto il cinema come era), al Cinema Massimo.
Quando siamo arrivate alla svolta (prima della cascina Moncucchetto, oggi Largo Nuvolari) vediamo arrivare il camion della "Birin-Gobi", non so perché li chiamavano così. Arrivano quelli li e allora quella signora li, la mamma della mia amica, ci dice "no bambine è meglio che andiamo a casa" noi eravamo tutte arrabbiate. Quando siamo arrivate sulla piazzetta (del n. 29 e 31) erano fermi e hanno piazzato tutte le mitragliatrici e poi hanno cominciato. "Donne al fosso, via dentro nei portoni" e allora tutte nella porta della Rolandi (le sue finestre guardavano il tabaccaio). Mi ricordo che la mia nonna l'hanno cacciata dentro con il fucile e lei dice " ti huei vilan ten giò i man" e così siamo entrate. Però io ero curiosa e sono andata dalla Lazzari per guardare giù. Ogni tanto si sentiva gridare, sparare. Hanno aperto tutte le porte delle case. Vedo mio zio (Mario) che lo portavano fuori dal tabaccaio (lui era a casa in mutua) e lì dove c'erano gli anelli, dove legavano i cavalli, lo hanno legato lì, e volevano che lui dicesse dove era il Luigi Bossi che lavorava con lui (lavoravano alla C.O.M. in via Carlo Torre). Bossi non era a fare il militare, era a casa perché aveva solo la mamma vedova che era malata. Mio zio diceva "che cosa volete?". Insomma lo hanno caricato sul camion e lo hanno portato dal Luigi Bossi (che è uno di quelli là sul cippo). lo sono andata l'anno scorso a Mauthausen a cercarlo e l'ho trovato perché in fondo Cè un librone alto così dove c’è il nome di Luigi Bossi con la carta di identità. 

"Lei aveva conosciuto il Bossi’’? - Altro che, c'erano diverse famiglie Bossi, erano 3 fratelli. C'era il papà del Giulio Bossi, il papà della Erminia Bossi e poi quello della Vittorina. Tre fratelli con tanti figli, invece il Luigi era solo con la mamma che era un pò fragilina, poverina. E io sono andata due anni fa da mio figlio Marco che abitava in Austria, a Linds, e un giorno mi dice "dai che ti porto a vedere una cosa" e così ho visto tutto. "Come era finito il rastrellamento?” - ll rastrellamento è finito che hanno preso il Balbiani, il Maraschi, i Magnini {papà e figlio, quelli del Monterobbio, finiti a Mauthausen), Lombardi. Li hanno presi tutti (molti erano renitenti alla leva fascista) e caricati sul camion con anche il mio zio. Buttato giù nel camion c’era anche l’Alvez.  Allora li hanno portati alla ditta (dove lavorava il Bossi, la C.O.M.) che era in via Carlo Torre (li chiamavano i feree de let, facevano i mobili per gli ospedali) e hanno portato via il Bossi (era magro, non aveva attaccato niente). Mio zio lo hanno portato a S. Vittore, è stato lì un paio di giorni (io non so il perché) e poi è venuto a casa. Poi la mia zia era amica della mamma dell'Alvez. si chiamava Marina; le dicono che suo figlio lo hanno trovato nel Naviglio, giù della Conchetta: Lei non aveva il coraggio di andare a vederlo e allora è andata mia zia con il suo marito (Primo). Era proprio l'Alvez, gli hanno sparato e poi buttato nel Naviglio e poi la mamma è andata all'obitorio a riconoscerlo. Ecco perché dopo in casa si parlava del Bossi e dell’Alvez." 




Le Lapidi della Barona 





I Partigiani della Barona: Guido Cimini.

 













Guido Cimini  Lapide in Via Biella 30 Milano. 

Nato a Napoli il 14/3/1899 da Giovanni ed Esposito Giovanna. Abitava in via Biella 30. Geometra.

Membro della Brigata Volante “Aldo Oliva” della Divisione Ticino. Matteotti. 

Venne arrestato il 31 luglio 1944 dai fascisti, incarcerato a San Vittore, numero di matricola 4883. Il 7 settembre viene deportato a Bolzano da cui poi partirà il 5 ottobre per Dachau.     Arrivò il 9 ottobre e gli venne assegnato il numero 55361. Qui morì a 46 anni il 6 febbraio 1945.






Le Lapidi della Barona 





 


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