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07 marzo 2021

I Partigiani della Barona: Il Cippo del Moncucco.


 
















Cippo del Moncucco: Tre Partigiani.                                                                    All'interno del Parco Comunale di Via Moncucco 29 Milano. 

Bossi Luigi. Lombardi Attilio. Sturaro Alvez.

Luigi Bossi, nato a Milano in via Chiesa Rossa 67 il 23/11/1922 abitava in via Moncucco 38 e lavorava come saldatore alla C.O.M. (Cooperativa Operaia Metallurgica: fabbricava mobilio per gli ospedali) di via Carlo Torre, 24. 

Apparteneva alla Brigata Matteotti dal 1° gennaio 1944. 

Venne arrestato per attività sovversiva il 13 dicembre 1944 e deportato nel lager di Bolzano. Il 1° febbraio 1945 venne trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen e poi ad Ebensee dove morì a 22 anni. 

 

Attilio Lombardi, nato a Zelo Bonpersico (Milano) il 23/02/1925, figlio di Vittorio e di Giuseppina Brambati, abitava a Milano in via Moncucco 51 (attuale via S. Paolino 5 – cascina Monterobbio).

Partigiano fin dall’8 settembre 1943. Apparteneva alle formazioni di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Matteotti.

Diploma Alexander 226213.

Venne portato via da casa il 16/10/1944 dai fascisti e dagli stessi ucciso a Chiavari il 26/10/1944, come descritto in una testimonianza allegata alla scheda presso l’ANPI Provinciale di Milano.

Una lapide lo ricorda anche in via S. Paolino.

 

Alvez Sturaro, nato a Milano il 31/05/1926 da Sante ed Ermelinda Pedrazzi, abitava in via Moncucco 29.

Apparteneva alle formazioni di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Matteotti dal 16/03/1944 al 16/12/1944.

Fu fucilato dalla Muti in via Mozart il 16/12/1944. In via Mozart 6 aveva sede la famigerata banda di torturatori che faceva capo a Pasquale Isoppi che operava per conto del servizio di sicurezza delle S.S. 

Un articolo apparso sul Corriere della Sera del 28 dicembre 1944 avvisa del ritrovamento del suo corpo nel Naviglio pavese. Sturaro viene scambiato per militare perché indossava la divisa militare. Il suo era un travestimento per poter passare inosservato e dissipare ogni dubbio sulla sua attività Partigiana. 

Dopo averlo assassinato i fascisti lo gettarono nelle acque del Naviglio, come fecero con altri Patrioti.

Il corpo venne riconosciuto dal padre Sante all’obitorio.

Nel il 29 maggio 1972 viene insignito della Medaglia d’oro della civica amministrazione dal Sindaco Aniasi.
















Attilio Lombardi. 































































Alvez Sturaro.

























































Corriere della Sera: 28 dicembre 1944.




















































Corriere della Sera: 29 maggio 1972. 































































Testimonianza orale di Maria (Mariuccia) Brambilla che ricorda l’arresto di Luigi Bossi.  (interviste del 26/11 e 6/12/2018.

”Prima di arrivare al’45, lei conosceva i due Partigiani uccisi che abitavano al Moncucco? -  E certo, allora parlo del Rastrellamento che hanno fatto al Moncucco i fascisti nel '44 {dicembre?). La mamma della mia amica (Miriam) che adesso sta ad Acqui Terme (io sono cresciuta in casa della mia amica perché la sua mamma era a casa. Andavamo a scuola, mi scaldava il mattone nella stufa e poi me lo dava per riscaldarmi perché arrivavamo là tutti bagnati) ci dice “oggi“ (lo so perché il lunedì c'erano i lavandai che lavoravano, fra i quali anche la mia mamma) vi faccio una bella sorpresa, vi porto al cinema a vedere Biancaneve {io non avevo mai visto il cinema come era), al Cinema Massimo.
Quando siamo arrivate alla svolta (prima della cascina Moncucchetto, oggi Largo Nuvolari) vediamo arrivare il camion della "Birin-Gobi", non so perché li chiamavano così. Arrivano quelli li e allora quella signora li, la mamma della mia amica, ci dice "no bambine è meglio che andiamo a casa" noi eravamo tutte arrabbiate. Quando siamo arrivate sulla piazzetta (del n. 29 e 31) erano fermi e hanno piazzato tutte le mitragliatrici e poi hanno cominciato. "Donne al fosso, via dentro nei portoni" e allora tutte nella porta della Rolandi (le sue finestre guardavano il tabaccaio). Mi ricordo che la mia nonna l'hanno cacciata dentro con il fucile e lei dice " ti huei vilan ten giò i man" e così siamo entrate. Però io ero curiosa e sono andata dalla Lazzari per guardare giù. Ogni tanto si sentiva gridare, sparare. Hanno aperto tutte le porte delle case. Vedo mio zio (Mario) che lo portavano fuori dal tabaccaio (lui era a casa in mutua) e lì dove c'erano gli anelli, dove legavano i cavalli, lo hanno legato lì, e volevano che lui dicesse dove era il Luigi Bossi che lavorava con lui (lavoravano alla C.O.M. in via Carlo Torre). Bossi non era a fare il militare, era a casa perché aveva solo la mamma vedova che era malata. Mio zio diceva "che cosa volete?". Insomma lo hanno caricato sul camion e lo hanno portato dal Luigi Bossi (che è uno di quelli là sul cippo). lo sono andata l'anno scorso a Mauthausen a cercarlo e l'ho trovato perché in fondo Cè un librone alto così dove c’è il nome di Luigi Bossi con la carta di identità. 

"Lei aveva conosciuto il Bossi’’? - Altro che, c'erano diverse famiglie Bossi, erano 3 fratelli. C'era il papà del Giulio Bossi, il papà della Erminia Bossi e poi quello della Vittorina. Tre fratelli con tanti figli, invece il Luigi era solo con la mamma che era un pò fragilina, poverina. E io sono andata due anni fa da mio figlio Marco che abitava in Austria, a Linds, e un giorno mi dice "dai che ti porto a vedere una cosa" e così ho visto tutto. "Come era finito il rastrellamento?” - ll rastrellamento è finito che hanno preso il Balbiani, il Maraschi, i Magnini {papà e figlio, quelli del Monterobbio, finiti a Mauthausen), Lombardi. Li hanno presi tutti (molti erano renitenti alla leva fascista) e caricati sul camion con anche il mio zio. Buttato giù nel camion c’era anche l’Alvez.  Allora li hanno portati alla ditta (dove lavorava il Bossi, la C.O.M.) che era in via Carlo Torre (li chiamavano i feree de let, facevano i mobili per gli ospedali) e hanno portato via il Bossi (era magro, non aveva attaccato niente). Mio zio lo hanno portato a S. Vittore, è stato lì un paio di giorni (io non so il perché) e poi è venuto a casa. Poi la mia zia era amica della mamma dell'Alvez. si chiamava Marina; le dicono che suo figlio lo hanno trovato nel Naviglio, giù della Conchetta: Lei non aveva il coraggio di andare a vederlo e allora è andata mia zia con il suo marito (Primo). Era proprio l'Alvez, gli hanno sparato e poi buttato nel Naviglio e poi la mamma è andata all'obitorio a riconoscerlo. Ecco perché dopo in casa si parlava del Bossi e dell’Alvez." 




Le Lapidi della Barona 





30 gennaio 2023

Partigiani e Memoria 2023.

Giorno della Memoria 2023.
Care compagne e cari compagni ci ritroviamo anche quest'anno in piazza Miani per commemorare le vite spezzate nei campi di concentramento e di sterminio nazifascisti.
La senatrice ed ex deportata Liliana Segre ha dichiarato in questi giorni il suo timore che presto l'orrore dell'olocausto verrà ricordato solo con poche righe sui libri scolastici. Il timore è fondato ed è lo stesso che proviamo noi che, già da diversi anni - considerate che Gianfranco Maris, ex presidente dell' ANED, denunciava questa situazione fin dal 1996 - vediamo sempre più grande il vuoto di memoria per i deportati politici. Sapete tutti che attualmente siamo governati dai partiti della destra che, fingono di non essere mai stati fascisti e che non ci sia continuità con il partito fascista di Mussolini. Pare che per alcuni sia sufficiente sentir dire che le leggi razziali del 1938 furono un atto imperdonabile. Certo che lo furono! Ma furono anche la logica continuazione di una dittatura che già dal 1926 aveva creato il confino politico dove esiliare e isolare in condizioni drammatiche chiunque, anche solo minimamente, la pensasse diversamente dal regime.
Non diversamente accadeva nella Germania di Hitler dove già dal 1933 si attivarono i campi di concentramento per rinchiudervi inizialmente solo i prigionieri politici.
Eppure oggi c'è un silenzio quasi totale su tutti quegli oltre 30.000 deportati politici italiani, sui 10.500 che morirono a Mauthausen, Gusen, Dachau, Flossenburg, Ravensbrück, per citare i più noti, perché erano partigiani, operai che avevano scioperato, antifascisti, uomini e donne che scelsero di opporsi a nazifascismo. Nulla gli fu risparmiata una volta entrati nell'inferno concentrazionario nazista: fame, botte, selezioni, lavori massacranti e disumani, fucilazioni, impiccagioni, torture, malattie non curate o malattie procurate per accelerare la morte.
Perché questi deportati non vengono ricordati? Perché si vuole cancellare l'esempio, il coraggio, l'impegno di tutti coloro che parteciparono alla Resistenza. Si vuole cancellare la Resistenza e negare che da essa è nata la nostra Repubblica.
Purtroppo, a quanto pare, noi non stiamo raccogliendo i frutti, che avrebbero dovuto essere ormai ben maturi, della lotta e dei valori antifascisti, ma stiamo vedendo moltiplicarsi, come erba infestante, quelli di una parificazione che sarebbe meglio definire mistificazione storica e politica. Ed è evidente nel momento in cui, per esempio, il Presidente del governo dichiara che l'Msi "ha traghettato verso la democrazia milioni di Italiani sconfitti dalla guerra" e che ha avuto "un ruolo importante nella storia d'Italia". Quello stesso Msi che era strettamente legato al terrorismo nero... Ma quello va bene, anche se ha compiuto stragi... per altri, invece, c'è il 41 bis ad oltranza o fino alla morte per fame.
E allora noi oggi ricordiamo qui i nomi di chi, lottando coraggiosamente, consapevoli del sacrificio, morirono nei campi nazisti per lo più a Mauthausen, dove l'arrivo degli italiani si intensificò proprio dopo i gloriosi scioperi del marzo 44. Gli uomini vennero strappati di notte dalle proprie case e dalle proprie famiglie e spediti in massa nei lager.
Della Barona furono deportati e non tornarono più:
Luigi Bertacchi, partigiano del 9º distaccamento della 113ª Brigata Garibaldi SAP, morto a Mauthausen l'8 Maggio 1944 a 43 anni (presto, speriamo, avremo una lapide che lo ricorda in via Lodovico il Moro).
Luigi Bossi, partigiano della Brigata Matteotti, morto a Ebensee il 28 aprile 1945 a 22 anni.
Guido Cimini, partigiano della brigata volante "Aldo Oliva" della Divisione Ticino Matteotti, morto a Dachau il 6 febbraio 1945 a 46 anni, un anno più di me.
Luigi Corradini, partigiano della 114ª brigata Garibaldi SAP, morto a Gusen il 10 aprile 1945 a 36 anni.
Vittorio Malandra, partigiano della 128ª Brigata Garibaldi SAP, morto a Mauthausen il 22 aprile 1945 a 51 anni.
Vittorio Morneghini, partigiano della 113ª Brigata Garibaldi SAP, morto a Gusen Il 18 marzo 1944 a 36 anni.
Giovanni Negri, il più giovane di tutti, partigiano della 113ª Brigata Garibaldi SAP, morto a Mauthausen il 3 maggio 1945, due giorni prima della liberazione del campo, a 20 anni.
Suo fratello Pietro Negri, partigiano della 113ª Brigata Garibaldi SAP, morto a Mauthausen il 5 ottobre 1944 a 38 anni.
Adriano Pogliaghi, partigiano della Brigata Cucciniello, morto a Gusen il 19 aprile 1945 a 21 anni.
Non abbiamo nulla o ben poco che ci racconti della loro deportazione, dei loro pensieri, dei loro ultimi istanti . Magari chiesero a qualche compagno di riportare le loro ultime parole a casa, ma non è detto che lo stesso compagno sia riuscito a sopravvivere. E così, le loro voci sono rimaste là.
Chi, invece, riuscì a tornare da Flossenburg fu un altro partigiano della 113ª Brigata Garibaldi SAP: Eugenio Esposito, figlio di Andrea Esposito fucilato il 10 agosto 1944 a piazzale Loreto. Voglio concludere ricordando quanto disse Eugenio in un'intervista quando gli chiesero se fosse importante che i giovani conoscessero questa storia:
"Non dico che è importante, dico che è obbligatorio. Per il semplice fatto che, da che c'è mondo, la storia si ripete. Io sono convintissimo che questi fatti si ripeteranno. Se li dimentichiamo, questi fatti si ripeteranno."
Noi, allora, oggi siamo qui per non dimenticare tutte quelle vittime innocenti, ebrei, rom, Sinti, omosessuali , disabili, politici, internati militari che morirono nei campi di concentramento nazisti e per non dimenticare tutti coloro i quali lottarono per evitare che vincesse il nazifascismo e per questo furono deportati e sterminati.
Siamo qui per rendere ancora vitale la loro lotta, per evitare che in nessun altro modo la storia si ripeta, che il razzismo e l' odio non siano programmi politici.
Nessuna commemorazione ha senso se non si trasforma in impegno politico attivo e quotidiano.
Perché tutto non si riduca a poche righe è necessario che le parole abbiano vita e diventino azione.
Stefania Cappelletti, Presidente Anpi Barona Milano.


26 gennaio 2022

ANPI Municipio 6 Milano - 27 gennaio 2022.































Giorno della Memoria 2022

Luis Sepulveda scriveva: “In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”. (da “Le rose di Atacama”)

Purtroppo sono migliaia i nomi che si sono dissolti nei campi di concentramento insieme ai volti, alle voci, alle storie di quelle vite annientate, a volte con un preciso sadico metodo che riusciva a calcolare quasi precisamente in quanto tempo il deportato, sottoposto al lavoro massacrante e lasciato quasi a digiuno, avrebbe impiegato per morire; altre volte la morte avveniva per il guizzo del carnefice, il gusto di uccidere perché si poteva uccidere senza condanna, anzi, magari con tanto di elogio. 

Si riuscirà mai a dare un nome a tutte le vittime del nazifascismo? Sarà mai possibile riuscire a scoprire anche solo un piccolo brandello delle loro vite? 

Noi conosciamo i nomi e qualche dettaglio di otto partigiani della Barona deportati e morti nei campi di concentramento nazisti:
Luigi Bossi, partigiano nelle Brigate Matteotti, morto a Ebensee il 23 aprile 1945 a soli 22 anni; Guido Cimini, partigiano della Brigata Volante “Aldo Oliva” della Divisione Ticino, morto a Dachau il 6 febbraio 1945 a 46 anni; Luigi Corradini, partigiano della 114ª Brigata SAP, morto a Gusen il 18 marzo 1944 a 36 anni; Vittorio Malandra, partigiano nella 128ª Brigata Garibaldi SAP, morto a Mauthausen il 22 aprile 1945 a 51 anni; Vittorio Morneghini, partigiano della 113ª Brigata SAP, morto  a Gusen il 18 marzo 1944 a 36 anni; i fratelli Giovanni e Pietro Negri, partigiani della 113ª Brigata Garaibaldi SAP, morti a Mauthausen rispettivamente il 3 maggio 1945 (2 giorni prima della liberazione del campo), a 20 anni, e il 5 ottobre 1944 a 38 anni; Adriano Pogliaghi, partigiano delle squadre d’azione giovanili del PSI e della Brigata Cucciniello, morto a Gusen il 19 aprile 1945 a soli 21 anni. 

Non conosciamo il volto di Vittorio Malandra, non abbiamo una sua foto, ma sappiamo che lavorava a Sesto San Giovanni, alla Breda come verniciatore e che partecipò agli scioperi del marzo 1944. Fu prelevato in piena notte dalla sua abitazione, in viale Famagosta 4. Nonostante le privazioni, le sevizie, la fatica, Malandra non si fece piegare e disumanizzare dal lager nazista e prese parte al comitato di liberazione che agiva clandestinamente all’interno di Mauthausen e che progettava una rivolta. La rivolta venne scoperta dai nazisti che tra il 21 e il 25 aprile uccisero 472 internati, tra cui 84 deportati politici italiani, compreso Vittorio. 

Giovanni e Pietro Negri furono arrestati a causa di un delatore, lo stesso che fece arrestare anche Vittorio Morneghini e altri 5 giovani partigiani della Barona. Furono tutti torturati a San Vittore. Morneghini non morì di stenti, di malattia, ma fucilato per aver tentato la fuga dal campo di concentramento di Gusen. Non si diede per vinto fino alla fine. 

Indomito anche Adriano Pogliaghi. L’unica foto che abbiamo di lui mostra un giovane dal volto serio, lo sguardo fermo, sicuro. E proprio così doveva essere Adriano, nonostante la sua giovanissima età. Negli scioperi del marzo 1944 insieme ad altri tre partigiani (Arrigo Veneri, Angelo Doninotti e Paolo Barbieri) asportò un tratto di binario della rete tramviaria per bloccare il transito dei tram. Arrestati dai militi della “Muti” vennero obbligati a camminare in mezzo alla folla portando in spalla il binario divelto. Poi, Adriano, che aveva l’obbligo di leva, fu arruolato nella marina militare ma scappò e tornò a lottare a Milano. Venne arrestato nuovamente dopo che, in seguito a torture, dei suoi compagni fecero il suo nome.

Tra i partigiani 113ª Brigata Garibaldi Sap della Barona che vogliamo ricordare c’è anche Eugenio Esposito, sopravvissuto a Flossenburg. Eugenio è figlio di Andrea Esposito, uno dei 15 martiri di piazzale Loreto. Vennero arrestati insieme appena usciti dalla loro abitazione, in viale Faenza 3. Anche Eugenio, inizialmente, avrebbe dovuto far parte del gruppo di prigionieri da fucilare quel 15 agosto 1944, ma la sua condanna venne all’ultimo mutata e venne deportato il 16 agosto, inizialmente per Bolzano. Aveva appena 18 anni.

Solo una volta rientrato a Milano, deperito, conservando la sua giacca da deportato, venne a scoprire della tragica fine di suo padre e volle andare subito sul luogo della crudele rappresaglia. Sul posto, tra i fiori e le corone, c’era il drappello dei Vigili Urbani che, saputo chi fosse, si misero sull’attenti. 

Questi uomini finirono nei campi di concentramento nazisti per la loro lotta di libertà, per gli alti valori che li spinsero a mettere in gioco le loro vite. Noi gli siamo debitori, non solo il 27 gennaio, ma tutti i giorni. Non solo non dobbiamo dimenticare quanto successo, ma dobbiamo indignarci e lottare ogni volta che accade. Siamo ancora molto lontani dal poter dire che non accadrà mai più se in Europa tornano muri e filo spinato e se i mari sono cimiteri di innocenti. 

Stefania Cappelletti - Presidente ANPI Barona Milano. 

24 gennaio 2021

NON DIMENTICHIAMO... 27 Gennaio 2021


GIORNO DELLA MEMORIA 2021 - ANPI BARONA MILANO.

I Partigiani della Barona e del Giambellino, deportati politici uccisi nei campi di concentramento. 

Noi NON dimentichiamo. Più di novanta i nominativi sulle lapidi Partigiane della Barona e del Giambellino/Lorenteggio, riportiamo qui la storia di nove di loro che terminarono la loro breve vita nei campi di concentramento nazifascisti. Uccisi tra fame, indicibili sofferenze, strazianti torture, malattie e violenze, morti per ideali di libertà, morti per la Resistenza del bene contro il male assoluto. Non dimentichiamoli. 


Dal Corriere della Sera, 27 maggio 1945. 

“Un appello del prefetto per gli internati di Mauthausen e Dachau. Il prefetto di Milano ing. Riccardo Lombardi ha fatto una importante comunicazione riguardante i prigionieri politici italiani in Germania. Egli ha detto:

“Una delegazione dei campi di “eliminazione” di Mauthausen e di Dachau è giunta ieri a Milano. Dei prigionieri politici italiani ivi detenuti l’85 per cento è perito. I superstiti, circa 1500, sono tuttora, a differenza degli internati francesi, belgi, olandesi, cechi, polacchi, russi e anglo-americani, chiusi nei campi e versano in gravissime condizioni fisiche. Ogni giorno parecchi di essi soccombono alle malattie e allo stato di sfinimento portato dalle sevizie e dalle privazioni a cui sono stati sottoposti. E’ urgente il rientro in patria di questi nostri fratelli per i quali è stata predisposta ogni assistenza. E’ mancato finora il consenso delle autorità alleate competenti che sono a quanto sembra, il Comando generale alleato nel Mediterraneo. Chiediamo di essere autorizzati a spedire una colonna di automezzi a prelevare questi infelici nostri confratelli e portarli a Milano, dove essi avranno ogni possibile cura. Questo rientro non pregiudica il divieto provvisorio stabilito dalle autorità alleate per il ritorno delle centinaia di migliaia di ex-internati italiani, per i quali continua a valere il piano fissato. Migliaia di famiglie e tutto il popolo italiano attendono con angoscia la decisione degli alleati. A nome del popolo italiano facciamo un caloroso appello al Governo britannico e al Governo americano affinché vengano date immediate istruzioni ai Comandi militari competenti di autorizzare il rientro a Milano dei superstiti dei campi di “eliminazione” di Mauthausen e Dachau”.

Il prefetto ha ribadito la necessità di provvedere sollecitamente al rimpatrio degli italiani internati nel campo di Mauthausen anche in un telegramma inviato al Maresciallo Alexander. 


Bossi Luigi - Milano 23/11/1922 - Ebensee 23/04/1945.  - Cippo di Via Moncucco di Via Moncucco 29. Nato a Milano in Via Chiesa Rossa 67, abitava in Via Moncucco 38 di professione Operaio Saldatore. Partigiano nelle Brigate Matteotti dal 1/1/1944. Arrestato per attività sovversive il 13/12/1944, veniva deportato nel lager di Bolzano e da li tradotto il 1/2/1945 in Germania nel campo di concentramento di Mauthausen e poi in quello di Ebensee, dove moriva a soli 22 anni tra stenti, torture e supplizi il 23/04/1945. 

Cimini Guido - Napoli 14/03/1889 - Dachau 6/2/1945. - Lapide di Via Biella 30 (Abitazione). Guido Partigiano nella Brigata volante “Aldo Oliva” della Divisione Ticino. Nato a Napoli, antifascista dalle sue origini si trasferisce a Milano con la famiglia in cerca di lavoro, viene catturato dai fascisti nel settembre del 1944, incarcerato a San Vittore e poi passando dal lugubre binario 21 della Stazione Centrale di Milano, viene deportato nel campo di concentramento di Dachau dove viene ucciso a 46 anni di vita il 6 febbraio 1945. 

Giovanni 25/2/1925-3/5/1945; 20 anni e Pietro Negri 27/3/1906-5/10/1944; 38 anni. Abitavano in via Lodovico il Moro 135 dove li ricorda una Lapide “Nei campi di eliminazione sacrificarono la fiorente giovinezza alla libertà”. Partigiani combattenti, appartenevano alla 113ª Brigata Garibaldi SAP: Giovanni dall’8 settembre 1943, Pietro dal 26 luglio 1943. (Diplomi Alexander 227352 e 229780) Furono arrestati alla Cascina Beldiletto in Barona con l’accusa di occultare armi e munizioni. Vennero deportati in Germania nel campo di concentramento di Mauthausen. Secondo le schede della Federazione Comunista Milanese, sezione “Antonio Gramsci”, i due fratelli vennero arrestati in piazzale Baracca, su denuncia di certo Bortolotti Giovanni, il 30 novembre 1943. Pietro morì a Mauthausen il 5 ottobre 1944, quasi un anno dopo il suo arresto. Giovanni due giorni prima della liberazione del campo.  (Da un verbale della 113ª Brigata Garibaldi SAP veniamo a conoscenza delle gravi conseguenze della delazione di Giovanni Bortolotti. “Costui, al soldo dei fascisti, denunciava i cittadini combattenti, e non, sospettati di tramare contro lo status quo. A seguito di tale atto trovarono la morte 6 giovani della nostra zona, sorpresi mentre erano riuniti per organizzare un’operazione di guerriglia in uno scantinato di via Ludovico il Moro ed arrestati il 4 agosto 1944. (Giovanni e Pietro Negri, Vittorio Morneghini, Giuseppe Frazzei, Francesco Migliavacca e Luciano Paschini). “Furono arrestati tutti e portati al carcere di San Vittore dove vennero pesantemente torturati al fine di ottenere i nomi dei loro compagni d’azione, ma nessun nome venne fatto.”

Vittorio Morneghini. Milano il 5/6/1922. Gusen 1/4/1945. Lapide presso la sua abitazione Via Lodovico il Moro 135, con i Partigiani Negri Giovanni e Negri Pietro. Di professione  Operaio Meccanico, Partigiano combattente 113° Brigata Garibaldi SAP. dal 17/03/1944. Catturato per delazione durante un’azione di disarmo in Via Vigevano, Milano il 4/8/1944, incarcerato a San Vittore e deportato a Mauthausen il 17/8/1944  e poi ucciso nel sotto campo di Gusen il 1/04/1945. 

Luigi Corradini.  Milano 1/6/1908 – Gusen 10/4/1945. Lapide dove abitava in via Parenzo 8. Operaio Meccanico. Partigiano 114ª Brigata Garibaldi Sap dal gennaio 1944. Viene arrestato dai nazifascisti il 18 marzo 1944 e deportato a Gusen dove è ucciso tra stenti e malattie a 36 anni.

Vittorio Malandra. Milano26/6/1894 – Mauthausen 22/4/1945. Abitava in viale Famagosta 4, dove una lapide ricorda il suo sacrificio  Partigiano nella 128° Brigata Garibaldi SAP operante a Sesto San Giovanni, dove lavorava alla Breda come Operaio verniciatore. Viene arrestato a casa sua la notte del 14 marzo 1944, in uno dei maggiori rastrellamenti eseguiti dai fascisti repubblichini in seguito agli scioperi avvenuti nelle fabbriche milanesi e dell’hinterland all’inizio del mese. Quella notte furono 63 gli operai catturati. La Breda fu una delle fabbriche più colpite con un totale di 125 arrestati di cui 121 deportati. Malandra prima incarcerato a San Vittore viene poi portato a Bergamo alla caserma Umberto I. Da qui partì il 17 marzo 1944 per Mauthausen con il trasporto n. 34. Arrivò nel campo di concentramento dopo 3 giorni di viaggio, numero di matricola: 58958. Rimase in vita per più di un anno fino al 22 aprile 1945. Morì ucciso a 51 anni.

Federico Fossati. Milano 12/9/1912 –  Mauthausen 18/4/1945. Abitava in via Apuli 1. Giambellino, Milano. Federico è ricordato nella lapide collettiva di Via Segneri.  Partigiano nella 113° Brigata Garibaldi SAP dal 10 febbraio 1944. (Diploma Alexander 233568)  Lavorava alla C.G.E. in qualità di Elettrotecnico. Viene arrestato come “misura preventiva” anche a causa di un odio personale con uno squadrista fascista della zona (detto “Ciuffolo”), trasferito al carcere di Verona e poi mandato a Mauthausen dove giunge il 13 marzo 1944, numero di matricola 57630.  Viene più volte trasferito, una vera e propria “via Crucis” tra soprusi e torture tra vari sottocampi, tra cui St. Lambercht, una fattoria delle SS dove il lavoro era estremamente duro. Rientrò a Mauthausen il 15 maggio del 1944 ma già il 21 settembre veniva mandato a Gusen a lavorare negli impianti sotterranei di produzione degli armamenti. Il 6 marzo 1945, in pessime condizioni, viene portato al campo principale, nel Sanitaslager dove morì, ucciso poche settimane prima della liberazione, Aveva 33 anni. 

Adriano Pogliaghi. Milano 25/11/1923 –  Gusen 19/4/1945.  Abitava in via Segneri 8. Lapide collettiva di Via Segneri e lapide presso la sua abitazione. Partigiano combattente in varie formazioni Matteotti. Squadre d’Azione giovanili P.S.I. e Brigata Cucciniello. Diploma Alexander n° 230297.  Fin dal novembre 1943 entra a far parte del movimento clandestino Socialista, Capo settore della zona S. Cristoforo – Barona e, contemporaneamente, agisce come uomo di collegamento con le Brigate del Varesotto.  E’ tra i più attivi durante il grande sciopero del marzo 1944, motivo per cui viene arrestato: Aveva sabotato con altri  compagni Partigiani (Arrigo Veneri, Angelo Doninotti e Paolo Barbieri) un lungo tratto della linea tranviaria tra Via Biella e il naviglio Grande in Barona. Avendo obblighi di leva viene mandato al comando militare della Marina da dove riesce ad evadere.  Tornato a Milano riprende con ancora più fervore la lotta contro il nazifascismo, nuovamente arrestato e deportato, dopo un periodo trascorso nel carcere di San Vittore, a Mauthausen dove morì ucciso a soli 21 anni.


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